Interviste

Acqua: con “48” la fragilità diventa barra, tra writing, black soul e introspezione

Ci sono brani che non nascono per intrattenere, ma per lasciare un segno. “48” di Acqua, prodotto da Yazee, è uno di questi. Un numero che racchiude simboli e memorie personali, trasformato in musica attraverso barre che mescolano vulnerabilità e forza, paura e consapevolezza.

Acqua parte da un lutto profondo, ma non si limita al racconto personale: scrive immaginando la propria “morte”, osservando il mondo da fuori, con uno sguardo che ribalta la prospettiva e costringe a riflettere. È un approccio che richiama la tradizione più autentica dell’hip hop, quella in cui il vissuto diventa materia prima per un testo capace di parlare a tutti.

Le sonorità black soul e l’atmosfera sospesa costruita con Yazee aprono lo spazio a parole che colpiscono dritte, senza bisogno di alzare la voce. Non è un rap che ostenta, ma che scava. E forse proprio per questo “48” suona come un atto di coraggio: un graffito inciso nella memoria, ordinato e colorato, che dietro le sfumature cela significati più profondi.

In questa intervista per IlRappuso, Acqua racconta il viaggio creativo dietro al suo nuovo singolo, il legame con il writing e con la cultura hip hop, e la scelta di portare la fragilità al centro della sua musica.

48 è un brano che unisce introspezione e black soul. Quanto è stata naturale questa direzione musicale per te?

Per me è molto naturale viaggiare in questa direzione, sono molto autocritico ed introspettivo, vivo di domande costanti e di risposte meno frequenti. La musica e la cultura “black” mi hanno influenzato sin da bambino tanto che a 5 anni e mezzo iniziai a suonare le percussioni e ad oggi non ho ancora smesso, perché ho capito che il ritmo è tutto. Ogni nostra azione è scandita in un tempo preciso, ritmo, quello che connette lo spazio e il tempo è il ritmo.

Nella cultura hip hop c’è sempre stata una forte connessione tra vissuto personale e arte. Come hai trasformato un’esperienza così intima in un testo rap?

Ho dato semplicemente retta alle emozioni, al mio stato d’animo. Ho ascoltato il beat e ho iniziato a scrivere rivivendo alcuni attimi della mia vita, dell’esperienza forte che ho vissuto cercando di esorcizzare anche la mia paura più grande. La paura di morire.

La produzione di Yazee in 48 sembra costruita per amplificare ogni parola. Com’è nato il beat e come ci hai scritto sopra?

Yazee ha letto il brano ed ha ascoltato il mio primo provino, insieme, confrontandoci abbiamo cercato di fondere pensieri, rime e musicalità. Il beat accoglie le strofe che si adagiano e susseguono in modo dinamico. Nella prima parte di 48 non c’è volutamente la batteria per far si che la voce e il senso del brano prevalicassero.

In “48” c’è un ritmo quasi sospeso, lontano dalle metriche più aggressive. È stata una scelta stilistica consapevole?

Il beat è stato creato sulla strofa, ma il mood e il completo concept sono usciti fuori man mano che ci confrontavamo con Yazee. La scelta è stata totalmente consapevole e studiata, al millesimo, come anche l’interpretazione del brano, l’intensità e le parole scandite in un certo modo.

Sei un artista che arriva dal writing e dalle quattro discipline. Quanto ti influenza ancora oggi la mentalità del writer nella scrittura di un pezzo?

Mi influenza perché scrivere testi è un po’ come imprimere su un muro, una parte di me stesso, potrebbe sembrare una banale firma ma per molti non è così. È il segno di un passaggio che abbiamo fatto, di un percorso più o meno visibile in cui c’eravamo. Quindi quando sento di scrivere e decido di farlo è perché devo lasciare qualcosa, devo destare reazioni belle o brutte.

Nel rap si tende spesso a mostrare forza e invulnerabilità. Qui invece c’è tanta fragilità. Ti senti di aver rotto uno schema?

No, assolutamente. Nel rap c’è sempre stato chi si è mostrato fragile e credo che sia arrivato maggiormente alle orecchie del pubblico. Dimostrare ed ostentare la propria forza, in realtà è il perfetto sintomo di insicurezza e debolezza, la differenza è che ci sono artisti consapevoli e umili che ne parlano o scrivono apertamente e chi invece lo fa creandosi un personaggio invincibile, indomabile.

Se “48” fosse un graffito, come sarebbe?

Probabilmente avrebbe un lettering pieno di loop colorati di verde acqua, viola e giallo. 48 sarebbe un graffito ordinato, vivo che risalta sicuramente gli abbinamenti ma che dentro nasconde un significato molto più profondo. È un po’ come se esprimo un concetto a bassa voce e poi alzo il volume ma senza gridare.

Federico

Steek nasce in un piccolo paesino della Sardegna negli ’80 per poi emigrare con la valigia di cartone e una sfilza di dischi hip-hop nella capitale. Durante la seconda metà degli anni ’90 viene folgorato dalla cultura hip hop in tutte le sue forme e discipline, dapprima conoscendo il rap Made in USA, arrivando poi ad appassionarsi al rap Made in Italy grazie ad artisti storici, quali: Assalti Frontali, Otr, Colle der fomento, Sangue Misto e molti altri. Fondatore della page “Il Rappuso” che lo porta a collaborare con tutta la scena rap underground italiana, mette la sua voce e la sua esperienza al servizio di LOWER GROUND con la trasmissione che prende il nome dalla sua creatura “IL RAPPUSO”.

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