ALEX CORTEZ: “Il mio ritorno è una sfida con me stesso. Volevo fare un disco rap adulto.”

Dopo oltre dieci anni di silenzio, Alex Cortez torna a scrivere, registrare e raccontarsi. E lo fa con Morningstar, un disco che non è solo un ritorno, ma una dichiarazione di intenti. Il rapper trevigiano, nome di riferimento per l’underground dei primi 2000, si mette nuovamente al centro di un percorso umano e musicale in cui il rap diventa strumento di analisi, di memoria e di crescita.
Nel nuovo progetto, Alex Cortez affronta le proprie contraddizioni con lucidità e ironia, si misura con la perdita, la maturità e la voglia di ritrovare una voce autentica in un panorama in continua mutazione. Il tutto con un suono radicato nel boom bap più classico, ma rivisitato con un approccio da storyteller consapevole, adulto e ancora innamorato delle barre.
Abbiamo parlato con lui del significato di Morningstar, del bisogno di scrivere rap “per adulti”, delle sue radici a San Liberale e di come, a volte, la rinascita passa anche attraverso la fragilità.
Alex, dopo oltre dieci anni di silenzio discografico, cosa ti ha spinto a tornare con Morningstar proprio adesso?
Il primo motivo è sicuramente la mia volontà di voler sfidare me stesso, di nuovo. Tornare in studio passati i 40 anni e dopo tutto questo tempo è stato davvero strano e inaspettato. Non sapevo se la mia capacità a distanza di anni potesse ancora rendermi soddisfatto e felice di ciò che producevo. Ho deciso di partire con il pezzo più difficile (Incompleta) e devo dire che è stato come tornare su una bicicletta e pedalare, felice. Ho ricominciato a divertirmi e a fare cose.
Poi sentivo anche la necessità di creare un disco rap “adulto” con tematiche e liriche che potessero essere adatte ad un adulto, senza i cliché del rap/hip hop che spesso lo confinano ancora oggi e nonostante tutto a un genere più adatto ai giovani che agli adulti… ma i giovani di fine anni 80, inizio 90 oggi sono adulti e hanno bisogno di un loro mood, di un loro suono anche nel rap.

Il titolo richiama la figura di Lucifero, ma lo usi in modo provocatorio. Cosa rappresenta per te questa scelta?
Farà sorridere che un po’ mi sono ispirato alla storia di Lucifero ma anche alla serie omonima. Il personaggio mi è piaciuto molto perché pur rappresentando “il male” ufficialmente, con l’andare del tempo e della serie, dava sempre più l’idea di essere molto più umano che gli umani stessi, nelle sue mille contraddizioni, difetti ma anche pregi.
Ecco la provocazione sta proprio in questo: nel pensare che un essere imperfetto sia in realtà assolutamente perfetto nonostante tutto ed accettare la propria umanità anche quando è oscura, per indirizzarla e capirla dovrebbe essere la prassi.
Mentre al giorno d’oggi tendiamo ad essere molto cattivi e selettivi nel dividere il mondo in “buoni e cattivi”, senza sapere nemmeno la storia o le situazioni di chi stiamo giudicando. Senza nemmeno chiedere chi è davvero ed i suoi perché.

Quanto hanno pesato le tue radici a Treviso e il quartiere San Liberale nella tua scrittura Alex?
Moltissimo. Ormai non vivo lì da anni ma mi sento ancora un ragazzino di quel quartiere. Chiariamo: non è il ghetto, non quello vero.
Tuttavia, è un quartiere che, come ogni luogo in periferia, si presta ad essere lasciato andare, è la location perfetta per mettere “quelli che non possono stare altrove” in case popolari ormai anche vecchiotte. Poi sai, ogni volta che ci sono le elezioni viene fatta qualche miglioria e la gente dimentica tutto.
Ma per me S. Liberale rimane sempre quella comunità di persone a volte strane ma bellissime in cui sono cresciuto e che porterò sempre con me.
In Stand Up Kids! difendi la tua generazione: ti senti ancora parte di un movimento o oggi ti consideri più un outsider?
Probabilmente non mi sono mai sentito parte di un movimento ma sempre e comunque un underdog, mi sono sempre considerato un felice outsider. Non lo dico in tono polemico anzi, me la sono sempre vissuta bene. Essere sottovalutato ti dà la possibilità di fare le cose a cuor leggero, senza pressioni e come vuoi, dal punto di vista musicale.
Mentre la nella realtà mia generazione è sempre stata sotto scacco, e questo mi ha sempre dato molto fastidio. I nostri nonni e genitori hanno avuto più opportunità mentre noi ci siamo trovati in vortici di incertezze e di instabilità, cercando di dare il massimo e il meglio comunque.
E oggi i ragazzi più giovani probabilmente sono in una situazione peggiore visto il contesto socioeconomico ma ho la speranza che imparino a giocare e vincere, io sogno questo per loro. I giovani sono il futuro e non è una banalità, una frase fatta. Ci credo!

Boom bap, scratch, sample jazz e soul: perché hai scelto di restare fedele a un suono classico in un’epoca dominata da trap e drill?
Io non sono tra quelli che odia la tra, la drill o altri generi simili. Ogni tempo ha la sua colonna sonora. Sono d’accordo con Fabri quando dice che però non è rap, è una cosa che funziona ma diversa. Alcune cose mi piacciono ma non sono vicine a me.
Penso che questo suono boombap con le influenze jazz, soul, gli scratch e tutti gli elementi classici che lo contraddistinguono sia una tipologia di rap immortale.
Spesso quando parlo con ragazzi giovani mi dicono “bello! È old school!” Mi arrabbio tantissimo in tono scherzoso e poi gli spiego che devono imparare a conoscere questo genere, perché per me è davvero un genere che si può rinnovare continuamente grazie alla tecnologia e alle abilità di scrittura di chi lo crea.
Quanto è stato terapeutico scrivere brani come Incompleta dopo la perdita di un amico?
Direi che è stato catartico. Non pensavo. Me l’ha consigliato la psicologa perché ho fatto un percorso lungo e faticoso per superare il lutto.
Avrei voluto riscriverlo 100 volte perché mi sembrava ci fosse sempre un particolare, qualcosa in più da aggiungere. Poi mi sono fermato e ho detto “ok, vado e registro! O non finirò mai!”.
Così è stato e riascoltarlo è sempre bello per me, mi fa ricordare Giovanni, è stato un modo per averlo sempre con me e per scrivere se vuoi anche la parola fine ad un processo che è durato anni. Ora sono sereno e so che lui, ovunque esso sia, mi guarda, mi protegge e probabilmente muove anche la mia penna. Mi piace pensare così.

Alex, se dovessi riassumere l’album in tre parole che non siano “rinascita” o “resilienza”, quali useresti?
Credo userei Maturità, Passione e Coerenza. Le ultime due penso siano una costante in tutto quello che faccio ma la maturità mi sento di averla raggiunta cercando di scrivere rap in maniera più cantautorale possibile. Ho cercato di farlo e spero si colga. Mi piace però scrivere in modo semplice e facilmente comprensibile, senza cercare per forza troppi tecnicismi o riferimenti troppo elevati.
Guardando alla scena di oggi, chi ti piacerebbe avere su un tuo prossimo disco?
Qui per me è facile risponderti. Johnny Marsiglia. Il suo “gara 7” è stato uno di quei dischi a livello contenutistico che mi ha emozionato proprio perché è un percorso introspettivo e di crescita che sto cercando di fare anche io.
Lui è sicuramente più bravo e non ho bisogno di dirlo io, forse il mio preferito. In ogni caso io non sono un invidioso quindi stimo moltissimi degli artisti di oggi, come ti dicevo prima non riesco a giudicare senza capire o conoscere e so che di sicuro ognuno di loro ha una sua storia e un suo percorso.




