Interviste

Banshee: due percorsi, un solo disco. Intervista a Giovane Feddini e Flesha

Con BANSHEE, Giovane Feddini porta il secondo capitolo della sua trilogia verso una nuova direzione, grazie all’ingresso di Flesha e a un immaginario che attinge alla mitologia antica per raccontare cicli, fratture e rinascite.

Il disco diventa un territorio dove emozioni crude e ricerca sonora convivono senza filtri: un lavoro che alterna intimità e aggressività, fragilità e affermazione, raccontando non solo un momento artistico ma un processo di trasformazione personale.

L’estetica East Coast, le trombe, le atmosfere cupe e soulful, la tracklist essenziale e l’idea di “famiglia artistica” come rete vitale costruiscono una narrazione compatta e autentica, in cui ogni parola ha il peso della necessità. Quella che segue è una conversazione che attraversa le fondamenta del disco: il coraggio, il suono, le radici culturali e tutto ciò che ha dato vita a BANSHEE.

BANSHEE è il vostro primo disco insieme, ma anche il secondo capitolo della trilogia di Feddini. In che modo l’arrivo di Flesha cambia la direzione della saga iniziata con Sirene?

Questo filone ispirato alla mitologia antica permette di scavare nel profondo e ritrovarsi nei racconti e
nell’estetica di varie culture, ma non solo: dimostra che, anche a millenni di distanza, gli esseri umani
avanzano nel progresso ma i loro desideri rimangono gli stessi. Flesha è stato determinante nel trovare
una selezione di beat tanto aggressiva quanto piena di anima.

La Banshee è una figura mitologica che annuncia un cambiamento attraverso il grido: qual è stato il “grido” che vi ha portato a concepire questo progetto?

Non possiamo accettare che le persone entrino nella nostra vita per stravolgerla a loro piacimento:
spero che questo disco dia a voi che lo ascoltate, e a me che l’ho scritto, la forza di proteggerci.

Nel disco si percepisce una tensione tra buio e risalita: quanto è stato difficile tradurre quella fragilità in un linguaggio musicale senza renderla retorica?

Moltissimo, perché la mia paura più grande è mostrarmi debole di fronte agli altri. È solo quando trovo
il coraggio di raccontare le mie insicurezze che riesco a dare una vera anima alla canzone.

New York anni 2000, trombe, mood soulful, ruvidità: perché quel tipo di sound era quello giusto per raccontare questo momento delle vostre vite?

I tappeti East Coast sono i migliori per la mia voce: il contrasto tra il mio tono caldo e le sonorità più
cupe crea l’atmosfera giusta. Gli artisti di questo disco entrano in una stanza buia e vogliono uscirne
brillando.

La tracklist è cortissima, solo 7 brani. Era una scelta di compattezza o un modo per proteggere l’intensità del progetto?

I miei progetti sono quasi sempre composti da sette tracce: è il numero giusto di brani per esplorare
appieno le varie sfaccettature di un producer, eliminando eventuali riempitivi.

In pezzi come Mi Chiama Ancora e Benedetti emergono relazioni, appartenenze, connessioni: quanto è importante oggi per voi avere una “famiglia artistica”?

Tantissimo. GYD e Dok Records sono realtà composte da persone con cui posso essere me stesso e
confrontarmi: Dok, Dogma, Vacca e Gccio sono persone che porto sul palmo della mano e di cui
ascolto i consigli perché so che cercano il mio bene.

Il disco attraversa temi personali ma con una scrittura molto diretta. Dove avete trovato il coraggio di non “edulcorare” niente?

Le esperienze raccontate nel progetto sono pensieri che avevo assolutamente bisogno di far uscire
dalla mia testa: essere diretto è l’unico modo per affrontare davvero chi sei e per tracciare il percorso
di chi vuoi diventare.

Federico

Steek nasce in un piccolo paesino della Sardegna negli ’80 per poi emigrare con la valigia di cartone e una sfilza di dischi hip-hop nella capitale. Durante la seconda metà degli anni ’90 viene folgorato dalla cultura hip hop in tutte le sue forme e discipline, dapprima conoscendo il rap Made in USA, arrivando poi ad appassionarsi al rap Made in Italy grazie ad artisti storici, quali: Assalti Frontali, Otr, Colle der fomento, Sangue Misto e molti altri. Fondatore della page “Il Rappuso” che lo porta a collaborare con tutta la scena rap underground italiana, mette la sua voce e la sua esperienza al servizio di LOWER GROUND con la trasmissione che prende il nome dalla sua creatura “IL RAPPUSO”.

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