Design come linguaggio: quando l’immaginario visivo diventa parte della musica

Design. Nel panorama musicale contemporaneo, l’immaginario visivo ha smesso da tempo di essere un semplice contorno. Copertine, oggetti, ambienti digitali e fisici sono diventati parte integrante del racconto artistico, elementi capaci di amplificare – o addirittura ridefinire – il significato di un progetto musicale. In questo spazio di confine tra suono, forma e identità si muove una nuova generazione di designer che non lavora per “vestire” la musica, ma per dialogare con essa.
È in questa galassia creativa che si inserisce l’incontro con Carlo Virdis e NoPlanB: due visioni che operano come un unico organismo, capaci di attraversare design, progettazione 3D, art toy e sperimentazione digitale mantenendo sempre al centro il concetto di linguaggio. Un approccio che nasce dall’ascolto, dalla relazione con l’artista e dalla volontà di costruire immaginari coerenti, stratificati, riconoscibili.
Non si tratta solo di estetica, ma di processo, di traduzione e di responsabilità creativa. E non a caso, accanto al racconto, prende forma anche una collaborazione concreta: un progetto di art toy pensato non come semplice oggetto, ma come estensione fisica di un universo musicale.
In questa intervista per Il Rappuso, Carlo Virdis e NoPlanB raccontano il loro percorso, il loro modo di intendere il design all’interno della discografia e lo sguardo con cui osservano il presente – tra tecnologia, manualità e nuove frontiere creative.

Siete in due, ma operate come un’unica visione creativa. Partiamo dall’inizio: chi siete e come nasce il vostro incontro artistico col design?
Siamo Carlo Virdis e NoPlanB, due designer italiani. Siamo amici ancora prima che soci; abbiamo frequentato insieme il liceo artistico, ci siamo laureati in Media Design e abbiamo poi continuato gli studi ad Anversa, in Belgio, dove si è consolidato il nostro modo di lavorare.
La scintilla è nata dalla sinergia che si crea quando progettiamo fianco a fianco. Siamo molto diversi, questo ci permette di completarci e avere una visione a 360 gradi su tutto ciò che facciamo. Ciò che ci unisce è la stessa fame creativa e la voglia costante di superarci. È anche per questo che artisti, brand e realtà ripongono in noi la loro fiducia.
Siamo consapevoli di essere all’inizio, ma con una visione chiara e la voglia di costruire qualcosa di nostro, step by step.
Oggi vi muovete tra art toy, progettazione 3D, design e sperimentazione digitale. Cosa significa per voi “fare design” in un contesto legato alla musica e alla discografia?
Per noi “fare design” in questo ambiente non significa semplicemente fare la copertina di un singolo o un album, è prima di tutto un linguaggio visivo vero e proprio, capace di comunicare con il pubblico tanto quanto il suono e il testo.
Ogni progetto diventa quindi un processo di traduzione, partendo dalle sonorità dell’artista fino ad ottenere un output visivo coerente, riconoscibile e capace di amplificare il suo messaggio musicale.
Con i nostri strumenti vogliamo costruire qualcosa che non si limiti a “vestire” la musica, ma che contribuisca a definirne l’immaginario, creando un’esperienza immersiva e stratificata.
In questo senso, il design diventa un’estensione del progetto artistico, un mezzo per generare narrazione, identità e relazione, più che una semplice soluzione grafica.

In che modo il vostro lavoro dialoga con l’identità di un artista o di un progetto musicale, andando oltre la semplice estetica?
Quando collaboriamo con un artista, quello che cerchiamo è il messaggio, l’essenza che possa rappresentare al meglio il suo viaggio. L’estetica è fondamentale, ma è l’ultimo gradino della scala.
Ci interessa prima capire cosa l’artista vuole comunicare al suo pubblico e da lì iniziare a progettare.
L’obiettivo finale è che l’artista si riconosca nel risultato, che lo senta suo e ovviamente sia coerente con la sua visione artistica.
La progettazione 3D è uno strumento centrale nel vostro processo creativo. Che tipo di libertà vi offre rispetto ai metodi più tradizionali? E come convivono, nel vostro lavoro, tecnologia, manualità e visione artistica?
La progettazione 3D è un mezzo che ci permette di trasformare idee astratte in oggetti reali con una libertà creativa totale. C’è qualcosa di quasi “magico” nel poter toccare con mano ciò che prima esisteva solo nella nostra testa, ed è proprio in questo passaggio che la nostra visione inizia a prendere forma.
Ogni progetto nasce da brainstorming, test e prototipazione continua, fino a diventare un oggetto finito, pronto per essere raccontato e distribuito.
Tecnologia, manualità e visione artistica convivono in modo naturale e complementare, la prima ci offre gli strumenti, la seconda ci permette di dare vita ai modelli, mentre la visione guida ogni scelta formale e concettuale dei progetti. Essendo in due, questo equilibrio si moltiplica, dando vita a un dialogo costante che arricchisce ogni progetto.

Negli ultimi anni anche l’AI sta entrando sempre più nei processi creativi. Che ruolo ha, o avrà, nel vostro percorso? La vedete come un mezzo, una provocazione o una vera estensione del pensiero creativo?
Per noi l’AI non rappresenta né una scorciatoia né un oracolo creativo, è semplicemente uno strumento. Un tool, esattamente come Photoshop, Illustrator o qualsiasi altro software che utilizziamo ogni giorno. Senza un’idea forte e una visione chiara, l’AI non crea nulla di realmente interessante.
È un mezzo potente, certo, e come ogni mezzo va usato con coscienza. Da un lato permette di ottimizzare tempi e processi, dall’altro espone al rischio dell’omologazione e della pigrizia creativa, soprattutto quando viene usato come sostituto del pensiero e non come sua estensione.
Nel nostro percorso, quando viene usata, l’AI è solo un supporto. La nostra creatività, l’intuizione e la direzione rimangono centrali.
Saperla usare oggi è una vera e propria responsabilità, chi lavora nel design deve conoscerla, dominarla e plasmarla alla propria visione, non il contrario.
Avete scelto l’ambiente musicale come trampolino di lancio per il design. Perché proprio la discografia?
La discografia è stata una scelta naturale. L’ispirazione è arrivata dall’ambiente rap e, in particolare, dal progetto Nuova Sardegna, ci ha colpiti la loro fame creativa, l’attitude e il forte legame con il territorio, che è anche il nostro. È nata così una stima profonda per il lavoro del loro collettivo e, in modo spontaneo, il desiderio di creare qualcosa che fosse legato a quel linguaggio.
La musica è diventata il nostro primo terreno di sperimentazione perché è un linguaggio immediato, identitario e perfettamente in linea con il nostro modo di vivere il design.

Guardando al futuro: cosa può aspettarsi chi vi segue oggi? Nuove collaborazioni, nuovi formati, nuovi linguaggi? Qual è il prossimo passo della vostra evoluzione creativa?
A breve rilasceremo una collaborazione importante, alla quale lavoriamo da quasi un anno, che vedrà la luce insieme a una delle nuove leve più influenti e distintive della scena rap.
È un progetto che segna un passaggio fondamentale, sia per noi che per la carriera dell’artista.
Abbiamo inoltre molti progetti in archivio che non vediamo l’ora di condividere.
Tra questi, stiamo per lanciare “ZapKid”, il nostro brand ufficiale, che rappresenta l’inizio di qualcosa di nuovo e inedito nel panorama italiano.




