Er Drago e il ritorno all’origine: dentro Pantalassa

Er Drago torna con Pantalassa, un concept album che affonda le radici in un tempo originario, primordiale, quando il pianeta era ancora un’unica massa d’acqua e l’umanità non si percepiva come frammento isolato. Un’immagine potente, ancestrale, che diventa punto di partenza per un lavoro denso di visioni e riflessioni sulla crisi etica, spirituale e ambientale del nostro presente.
In questo nuovo progetto, l’artista intreccia spiritualità, sciamanesimo e scienza come fossero linguaggi diversi chiamati a raccontare la stessa frattura. Pantalassa non ha intenti didascalici né morali: è uno sguardo lucido sulla direzione intrapresa dall’umanità, un’osservazione personale e consapevole del progressivo distacco dell’essere umano dalla natura, dal collettivo e da sé stesso.
Il disco si muove per immagini più che per narrazioni lineari, chiedendo all’ascoltatore tempo, attenzione e immersione. In un’epoca dominata dai singoli e dalla velocità dei contenuti, Er Drago sceglie la forma dell’opera compatta, del racconto ciclico, pensato per chi è disposto a fermarsi e attraversare l’ascolto senza scorciatoie.
Fondamentale, in questo senso, è anche il dialogo tra musica e immagine. L’artwork di Pantalassa – costruito attorno a simboli rituali che ruotano come pianeti attorno a un occhio centrale – non è un semplice accompagnamento visivo, ma parte integrante del progetto, un ulteriore livello di lettura che rafforza l’idea di ciclo, ripetizione e trasformazione.
In questa intervista abbiamo approfondito il significato del titolo, il rapporto tra scienza e spiritualità, la scelta di allontanarsi dall’autobiografia e la volontà di osservare l’essere umano come una particella di un sistema più ampio e in crisi. Ne emerge il ritratto di un artista in trasformazione, che dopo un lungo silenzio creativo ha scelto di ripartire da un luogo antico per interrogare il presente e, forse, immaginare un nuovo inizio.
Pantalassa è un nome che rimanda a qualcosa di originario, profondo, invisibile ma fondamentale. Cosa rappresenta per te questa parola e perché hai sentito che fosse il titolo giusto per questo disco?
Una massa d’acqua che avvolge un unico supercontinente è come un feto immerso nel liquido amniotico. E’ qualcosa di ancestrale che richiama la nostra collettività, oggi ci sentiamo frammentati come le terre emerse ma in realtà facciamo parte della stessa grande famiglia. La vita ha avuto origine nell’acqua, tutto, compresi noi, proviene da quel mondo e dopo un lungo periodo di stop è da lì che sono voluto ripartire.
Nel progetto attraversi spiritualità, sciamanesimo e scienza, come se fossero tre linguaggi diversi per raccontare la stessa crisi. Come si tengono insieme questi mondi nella tua scrittura?
Le leggi dell’universo metafisico sono tangibili nella nostra quotidianità e talvolta spiegabili scientificamente. Cercare di comprendere come spiritualità e scienza siano connesse, trascendendo la diversità dei linguaggi, per me è già un atto di sciamanesimo.

In Pantalassa osservi la decadenza del pianeta e dell’umanità, ma senza un tono didascalico. È più uno sguardo lucido, una visione o una forma di presa di coscienza personale?
È una visione lucida della direzione intrapresa dall’umanità. Prendendone atto, non c’è morale né consiglio per l’ascoltatore: è semplicemente un punto di vista personale sul buco nero etico-collettivo che stiamo vivendo come pianeta.
La copertina ha un forte impatto simbolico, quasi rituale. Che tipo di immagine volevi evocare e quanto è importante per te che l’artwork venga “letto” insieme alla musica?
Ogni traccia ha un proprio simbolo creato da Yest, che ha curato l’intero progetto grafico, mentre l’occhio centrale è la “O” del nuovo logo, realizzata da Muges. Gli elementi ruotano intorno a questa forma come pianeti, come le ore di un orologio analogico: un ciclo che si ripete. Considero fondamentale che grafica e musica vengano lette sempre insieme.

Rispetto ai tuoi lavori precedenti, qui sembra esserci un respiro più ampio e un racconto più compatto. Cosa è cambiato nel tuo modo di concepire un disco come opera unica?
Nell’epoca dei singoli e Tik Tok ho cercato di ampliare il contenuto narrativo dilatando il tempo di concentrazione necessario all’ascolto. Sono pochi gli ascoltatori che seguono il mio percorso e proprio a quei pochi ho voluto regalare qualcosa di ancora più profondo, in cui perdersi nei ragionamenti o ritrovarsi coi pensieri.
Il disco è attraversato da visioni, più che da storie lineari. Quando scrivi parti da immagini, sensazioni, concetti o da un bisogno preciso di dire qualcosa?
Prendo molto dai libri che leggo, dai film, dai documentari. Altre cose le “fotografo” quando sono in giro, prendo appunti per fissare immagini e concetti. Tutto questo, mescolato al bombardamento costante di notizie, finisce in un calderone da cui nasce un lavoro simile.
In Pantalassa l’essere umano appare spesso come parte di un sistema in crisi, non come centro assoluto. È una scelta consapevole anche a livello filosofico?
Decisamente sì. Ci sentiamo il centro dell’universo quando siamo solo una minuscola particella di uno schema più grande. Disallineati con la natura, con il prossimo e con noi stessi possiamo affermare che la crisi è filosofica, umanitaria e spirituale. Il collasso della società è evidente e le speranze di una salvezza concreta sono poche.

Questo album dà l’idea di un punto di arrivo ma anche di una trasformazione. Sentivi il bisogno di chiudere un ciclo e aprirne un altro, più profondo e meno legato a strutture narrative precedenti?
Volevo distaccarmi dal racconto autobiografico, eliminando il più possibile la prima persona, le similitudini e le emozioni personali. La trasformazione è avvenuta nell’anno in cui ho smesso completamente di scrivere. Quando ho ripreso la penna in mano, mi sono divertito a farlo in modo diverso.
Ci sarà qualche altro volume della saga DRAGO?
Non è in programma. Per ora mi godo l’album, voglio portarlo live e renderlo un pilastro della mia discografia ma non escludo che un giorno la saga possa continuare.

Le fotografie sono state fornite dall’artista.




