Gemitaiz pubblica Elsewhere: l’altrove come scelta personale

Gemitaiz, nel 2025, è ormai un artista che non ha più bisogno di dimostrare nulla ma continua a dimostrare tantissimo. Il suo percorso degli ultimi anni lo ha consolidato come una delle voci più autorevoli e riconoscibili del rap italiano, capace di muoversi tra tecnica, vulnerabilità e una visione del mondo sempre più personale.
Dopo Eclissi (2022) e il decimo capitolo della serie QVC nel 2023, la sensazione diffusa — sia tra i fan sia nella critica — era che il nuovo progetto avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta: non necessariamente un cambio radicale, ma un chiarimento, un gesto che mostrasse dove Gemitaiz si colloca oggi in un panorama che corre veloce, cambia forme, alza continuamente l’asticella delle aspettative.
E proprio perché la sua figura è diventata così centrale, Elsewhere non arriva come un semplice tassello cronologico della sua carriera, bensì come una scelta precisa. Nel 2025 Gemitaiz sembra aver percepito il bisogno di fare un passo laterale, di sottrarsi al flusso, di guardare tutto da fuori — come se per raccontare la realtà, oggi, fosse necessario allontanarsene.
Questo album nasce da una distanza, fisica ed emotiva, che non suona come una fuga ma come un atto di lucidità. È l’idea di un artista che decide di ricominciare non cambiando identità, ma cambiando posizione. Elsewhere è quindi un ritorno che assomiglia a una nuova direzione.
Un disco che nasce lontano: concept, featuring e visione organica
Il nuovo progetto si muove in un territorio che mescola concretezza e immaginazione. L’impostazione è chiara: strumenti reali, suonati da musicisti, niente artifici superflui. È un’estetica che nel 2025 appare quasi controcorrente, ma è proprio questo a renderla coerente con la prospettiva del disco. Gemitaiz non vuole costruire un mondo alternativo: vuole restituire un altrove che esiste davvero, fatto di suoni ruvidi, imperfezioni lasciate al loro posto, fotografie non ritoccate.
I featuring sono capitoli di un viaggio più ampio.
Mathilde Fernandez apre l’album come una soglia, Salmo porta uno dei momenti più diretti e vigorosi, Neffa ed Ele A aggiungono calore e profondità nella seconda parte, Coez torna in un ruolo che gli appartiene naturalmente, MadMan e Venerus creano una delle tracce più emotive dell’intero progetto, Meg illumina la notte, Joshua e Danno chiudono un discorso sul tempo che non potrebbe essere affidato a voci migliori. Ognuno partecipa alla costruzione di un luogo comune, non come ospite ma come presenza necessaria.
Il concept è sintetizzabile così: Gemitaiz è andato altrove perché era l’unico modo per ritrovarsi. E quel luogo “altro” non è astratto, ma reale, tangibile, pieno di suoni e di parole che non hanno paura di mostrarsi per quello che sono. È un disco che non rincorre il rap del 2025, ma dialoga con esso scegliendo il proprio ritmo, la propria lentezza, la propria profondità.

Gemitaiz è una voce che vive nel dettaglio: delivery, scrittura e l’immagine di Elsewhere
Una costante della carriera di Gemitaiz è la sua capacità di essere immediatamente riconoscibile senza mai diventare ripetitivo.
Nel 2025 questa qualità emerge ancora più forte: la sua delivery è una firma, un modo di stare sul beat che non ha imitazioni possibili. Non è solo questione di incastri o di flow — anche se quelli restano tra i più solidi della scena — ma di postura, di respirazione, di come lascia scivolare certe parole e ne scolpisce altre.
La scrittura di Elsewhere sembra maturata proprio nella distanza da cui il disco prende nome. Le parole non vengono accumulate, ma scelte.
Non gridano, non vogliono vincere la traccia: vogliono raccontare. E nel 2025, un anno in cui la tendenza generale del rap è diventata sempre più frammentaria e sintetica, Gemitaiz compie un gesto quasi opposto, riportando l’attenzione sul peso specifico delle frasi, dei dettagli, delle immagini. Si percepisce un lavoro minuzioso sull’essenzialità: dire meno per dire meglio, dire meglio per dire il vero.
La copertina riflette perfettamente questa visione. L’immagine di un vecchio televisore abbandonato che diventa cornice su un paesaggio reale non è un artificio concettuale, ma una dichiarazione di poetica: guardare il mondo attraverso ciò che resta, ciò che non funziona più, ciò che non intrattiene ma racconta.
Una figura incappucciata osserva l’orizzonte, anonima ma presente, quasi a incarnare l’autore stesso nel suo altrove. È un’immagine che non chiede interpretazioni complesse: è un invito a uscire dallo schermo, a guardare fuori.
Anche la delivery fisica del progetto — dal CD alle diverse edizioni in vinile, incluse le versioni autografate e la Black & White — segue la stessa logica: riportare la musica a un’esperienza concreta, materica, da toccare. Oggi, in un mercato dominato dal digitale puro, scegliere un packaging così curato significa ribadire che Elsewhere non è un file tra molti, ma un luogo da abitare.





