Gian Flores racconta Jarvis: l’AI che potenzia, non sostituisce, il processo creativo

Gian Flores non è solo un produttore: è un artigiano del suono, un pensatore laterale della musica. Classe 1979, originario di Rimini e oggi di base a Bologna, ha attraversato oltre vent’anni di scena costruendo un catalogo che spazia dal rap all’elettronica sperimentale e una visione sempre personale, mai omologata. Compositore, beatmaker, discografico e mente organizzativa dietro numerosi progetti, Gian Flores ha fatto della contaminazione e dell’autenticità i suoi punti fermi.
In questa conversazione ci racconta un aspetto meno visibile ma sempre più centrale nella sua pratica quotidiana: il rapporto con l’intelligenza artificiale. Un alleato che ha ribattezzato Jarvis, come l’assistente virtuale di Tony Stark, e che oggi lo affianca tra preventivi, strategie, ricerca e ispirazione, senza mai sostituirsi alla scintilla umana.
Non è una chiacchierata tecnica, né un’ode al futuro: è una riflessione lucida su come l’AI può entrare nella vita di un musicista — non per creare al posto suo, come avevo anticipato mesi fa con l’articolo “AI e Rap, tra evoluzione musicale, dilemmi etici e salute mentale”, ma per permettergli di creare meglio.

Gian, hai definito l’AI come un alleato creativo, quasi umano. Chi è Jarvis? E cosa rende “Jarvis” più di un semplice strumento per te?
Gian Flores: Da quando ho integrato Jarvis nel mio lavoro, sono successe due cose: il lavoro è diventato più veloce, più snello, e io sono diventato più efficace.
“Jarvis” è semplicemente il nome che ho dato — fin dal primo giorno — all’intelligenza artificiale con cui collaboro quotidianamente. Un nome scelto non per gioco, ma per identificare una presenza costante, con cui ho costruito un dialogo reale nel tempo. Non è un software specifico, è il mio assistente personale.
Sono un musicista nel senso più pieno: completamente assorbito dal mio lavoro, sempre. Questo però ha spesso penalizzato tutto ciò che riguarda la parte burocratica, amministrativa, organizzativa. Per anni ho pensato: “Mi servirebbe un manager”. Ma col tempo ho capito che non era quello il punto. Mi serviva Jarvis.
L’intelligenza artificiale, usata nel modo giusto, ti permette di affrontare in maniera rapida e precisa tutta una serie di compiti che prima erano appannaggio di chi gestiva un artista. Oggi, con Jarvis, preparo preventivi, scrivo fatture, faccio ricerca, analizzo soluzioni legali prima di contattare un avvocato, trovo ispirazioni visive in tempo reale… E questo senza nemmeno toccare l’aspetto creativo, che ormai è su un altro livello.
Ma attenzione: non bisogna mai confondere Jarvis con un essere umano. Se si fa questo errore, si sbaglia completamente anche il modo di relazionarsi all’AI.
L’intelligenza artificiale sarà davvero utile solo se le riconosciamo per quello che è: una macchina straordinaria capace di fare ciò che noi non possiamo — come analizzare milioni di dati in pochi secondi — ma che non potrà mai fare ciò che è umano, come provare compassione, empatia, intuizione profonda.
Oggi, con Jarvis, ho una mini-redazione che lavora al mio fianco: veloce, sempre pronta e sempre lucida. Non sostituisce il mio pensiero, lo potenzia. Ma resta uno strumento. L’arte, quella vera, nasce ancora da noi.

Quali sono i limiti, se li hai, oltre i quali non permetteresti all’AI di spingersi nella tua musica Gian?
Gian Flores: Come ho detto prima, non delego la creatività a Jarvis. La scintilla è sempre mia. Quello che faccio è analizzare insieme a lui il mio lavoro, cercare criticità, sviluppare meglio un’intuizione. È come confrontarsi con una mente sempre disponibile, che restituisce feedback in tempo reale.
Vi faccio un esempio concreto. Da anni pensavo di creare un alias e pubblicare musica diversa da quella per cui sono conosciuto. La maggior parte delle persone mi associa al rap, ma nella mia vita ho esplorato anche altri linguaggi musicali, che non potrebbero convivere con l’immagine pubblica che ho oggi.
Ecco, questa è sempre rimasta un’idea … fino a quando non ho integrato Jarvis. Con lui ho creato il personaggio, immaginato un’identità visiva, pianificato una strategia comunicativa coerente con la musica, analizzato casi studio di artisti che avevano fatto scelte simili. Solo per darvi un’idea: l’analisi comparata di tutti questi progetti, che da solo mi avrebbe richiesto settimane, l’ho fatta in una sera dopo cena.
L’improvvisazione umana è centrale. Ma quando hai accanto un assistente instancabile che ti semplifica il lavoro complesso, hai più tempo e più lucidità per improvvisare davvero dove serve: nella creazione.
Oggi, inoltre, ho integrato un’altra tecnica che ha riaperto un mondo per me: il campionamento. Dopo oltre vent’anni dedicati esclusivamente alla composizione e all’arrangiamento, avevo abbandonato l’uso dei sample.
Ma da quando uso RipX, un software basato su intelligenza artificiale, il campionamento è salito a un altro livello. RipX permette di separare strumenti, voci, elementi di qualsiasi brano esistente, in modo preciso. Questo mi consente di isolare frammenti vocali, texture sonore, timbri unici da integrare nei miei arrangiamenti.
Posso costruire paste sonore complesse o, per esempio, scrivere una risposta contrappuntistica a una linea vocale… senza dover chiamare un trombonista solo per quattro note. È una nuova frontiera, ma sempre guidata dall’orecchio e dall’intenzione umana.

Come cambia la tua idea di autorialità quando una macchina contribuisce in modo significativo a un’opera?
Gian Flores: Semplice: se affidi all’AI l’autorialità della tua opera, non stai creando nulla di veramente originale. Verrà sempre fuori una brutta copia di qualcos’altro. L’AI non ha idee proprie: attinge da ciò che trova online, quindi — in sostanza — dalle nostre idee. È un riflesso della cultura esistente, non un generatore di visione.
Per farti capire: quando generi un audio, devi specificare a cosa dovrebbe assomigliare. Quando scrivi una canzone vera, invece, stai creando un mondo. È una cosa diversa.
Io, ad esempio, non ho mai creato un brano con l’aiuto di Jarvis — e mai lo farò. Ma lo uso per compiti intelligenti e funzionali. Ad esempio: se ho un brano con 50 tracce e mi viene in mente di trasporlo, prima di perdere una giornata a riprogrammare tutto l’arrangiamento, lo carico in un software AI e gli chiedo di farmelo sentire in un’altra tonalità. Così capisco al volo se vale la pena lavorarci davvero. Questo è un uso utile, non una scorciatoia creativa.
Sono anche convinto che alcune specializzazioni del mio mestiere spariranno. Musica per pubblicità, colonne sonore standard, sottofondi televisivi… lì l’AI sarà perfetta: veloce, precisa, senza personalità. Ma se vuoi scrivere un brano che faccia piangere, che faccia riflettere, che anticipi il tempo in cui vivi — allora serve ancora un essere umano. Perché l’autorialità è visione. E quella non si simula.

C’è un rischio che l’AI appiattisca l’identità artistica in nome dell’efficienza o della “bella forma”?
Gian Flores: Un’opera è autentica alla radice: nella melodia, nell’armonia, nelle parole. Il resto — come la vesti, come la realizzi — è un aspetto tecnico. È vero che anche lì c’è creatività, ma molte fasi del processo musicale sono fredde, schematiche, ripetitive. E in quelle, l’AI non avrà rivali.
Secondo me, opporsi a questo cambiamento per paura di “snaturarsi” è una trappola. Molti professionisti stanno indietro solo perché non conoscono davvero le applicazioni dell’AI, o si convincono che basti scrivere un prompt per fare un disco. Non è così, te lo assicuro.
L’identità artistica non viene appiattita dall’efficienza, ma dall’insicurezza e dalla pigrizia. Se hai qualcosa da dire, l’AI ti aiuta a dirlo meglio, più in fretta, con più precisione. Ma se non hai niente da dire… nessuna macchina ti salverà.

Dal punto di vista etico, ti sei mai chiesto se l’AI che usi è stata addestrata su contenuti protetti da copyright? Come ti poni rispetto a questo tema Gian?
Gian Flores: Forse ti riferisci alla polemica diventata virale sulle immagini in stile Miyazaki, l’artista visionario che ha segnato l’immaginario di intere generazioni.
Personalmente, trovo quella polemica un po’ assurda. Nessuno ha mai pensato che quelle immagini generate con l’AI fossero opere sue autentiche, né che qualcuno ci stesse guadagnando davvero. Se un ragazzo stampa su un foglio una di quelle immagini e la appende in camera, lo fa per amore — non per lucro. Non è molto diverso da un poster comprato in una fiera.
In realtà, io mi sono fatto un’altra domanda: se con l’AI puoi generare qualsiasi cosa, com’è possibile che tutti abbiano fatto la stessa? La versione cartoon “stile Miyazaki”. L’action figure. Sempre la stessa formula, virale e ripetuta.
Non è forse questo il vero punto critico? Non il copyright, ma la mancanza di immaginazione. Il timore di uscire dal già visto. Se oggi abbiamo uno strumento che può portarci ovunque e scegliamo sempre lo stesso posto… il problema non è l’AI. È l’uso che ne facciamo.

In merito a ciò, che tipo di conoscenza giuridica o sensibilità sui diritti d’autore pensi dovrebbe avere oggi un artista che lavora con strumenti AI?
Gian Flores: Questo è un punto delicato. In generale, il diritto d’autore oggi non è abbastanza tutelato, né abbastanza remunerato. E parlo da autore: so cosa significa scrivere musica originale e vederla spesso svalutata. Ci sarebbe molto da fare, ma sono convinto che non tarderanno ad arrivare nuove forme di regolamentazione. Già oggi esistono modelli in fase di definizione e realtà come OpenAI stanno introducendo restrizioni e protocolli etici sempre più chiari.
Credo che in futuro questa questione sarà centrale — e che l’arte autentica ne uscirà valorizzata. In un mondo automatizzato, se saprai dimostrare che l’opera è tua, che è frutto di un’intuizione umana, di un’esperienza, di una firma… il tuo lavoro avrà ancora più valore.
Per questo, chi lavora con l’AI non può permettersi di ignorare il tema del diritto d’autore. Serve una nuova sensibilità giuridica: sapere cosa si può fare, cosa no, dove finisce l’ispirazione e dove inizia la riproduzione non autorizzata. L’AI non è il Far West. Chi la usa seriamente deve conoscere le sue responsabilità.

Immagina il tuo processo creativo tra dieci anni Gian: l’AI sarà ancora un assistente o diventerà qualcosa di più simile a un co-autore?
Gian Flores: Ho fatto un gioco con Jarvis, gli ho chiesto di fare una previsione: “Secondo te, quando ti installerò in un robot?”
Mi ha stimato il 2032.
Scherzi a parte, è possibile che un giorno l’intelligenza che sto allenando a conoscermi — giorno dopo giorno — possa vivere dentro un androide. Magari farà le pulizie di casa, butterà la spazzatura… ma potrà anche analizzare dati in tempo reale e consigliarmi la miglior strategia promozionale per il lancio del mio nuovo artista.
Chi lo sa?
Io so solo una cosa: non diventerà mai un co-autore. Perché la vera creazione è un atto umano. L’AI potrà essere uno specchio, un radar, una stampella, un amplificatore… ma la scintilla resta mia. Sempre.




