Hip Hop ed Educazione: Dentro il Progetto Keep It Real

“Keep It Real – Comunità in cammino” è una rete nazionale che coinvolge rapper, educatori e ricercatori impegnati nell’utilizzo dell’Hip Hop come strumento pedagogico in territori caratterizzati da povertà educativa, dispersione scolastica e fragilità sociali.
Il progetto, attivo in diverse città italiane, opera a cavallo tra contesti informali e istituzioni, integrando pratiche artistiche, osservazione scientifica e intervento socioeducativo.
Il percorso proposto solleva questioni rilevanti: in che modo linguaggi nati in ambienti urbani marginalizzati possono dialogare con il mondo accademico? Quali dinamiche si attivano quando artisti assumono un ruolo educativo? E quali possibilità o limiti emergono nell’introduzione della cultura Hip Hop all’interno delle scuole?
L’intervista che segue, rilasciata da Pasquale Grosso, presidente di ÀP – Antimafia Pop Academy, fondatore e coordinatore nazionale di Keep It Real, esplora questi nodi attraverso riflessioni e punti di vista interessanti.

“Keep It Real” è un nome profondamente legato alla strada: come si concilia l’autenticità dell’Hip Hop con il mondo dell’accademia, della ricerca e delle istituzioni? Non c’è il rischio di ‘addomesticare’ troppo?
Dovrei rispondere subito con una domanda alla domanda che aprirebbe ad un dibattito molto più ampio: Quale Hip Hop? A cosa ci stiamo riferendo quando parliamo di Hip Hop oggi? L’Hip Hop è un movimento culturale che nel suo primo mezzo secolo di vita non è stato mai statico.
Un contenitore ampio che è riuscito a mettere insieme punti di vista sul mondo estremamente diversi, talvolta divergenti se non contrastanti, eppure sono riusciti a convergere e convivere dentro lo stesso macro-contenitore.
Una contraddizione o un corto circuito di cui il movimento si è nutrito, è cresciuto, è mutato, si è frantumato e ricostruito ed oggi esiste, in un segmento di questo movimento, la consapevolezza e gli strumenti necessari per provare a fare un pezzo di strada in più all’interno di un confronto aperto, orizzontale e di reciproca curiosità che di certo non può né minare né tanto meno addomesticarne il portato culturale.
L’Hip Hop nasce ed evolve all’interno di un sistema culturale, quello degli Stati Uniti, immerso nel capitalismo che lo ha già “addomesticato” sul nascere. Se oggi il Rap e la Trap sono la musica più ascoltata dalle giovani generazioni, vuol dire che nei fatti è già successo qualcosa.
Se la breakdance va alle Olimpiadi è già avvenuto un processo di istituzionalizzazione, se la street art è oggetto centrale in una certa idea di riqualificazione urbana (potremmo discutere per ore di questo!) e ancora le produzioni audiovisive, la moda, persino il linguaggio comune, ci indicano traiettorie che portano ad un immaginario collettivo permeato da codici, linguaggi e sguardi sul mondo che provengono dalla cultura Hip Hop e da quello che ha generato.
Da una parte imponendosi e allo stesso tempo cedendo un pezzo di identità. Studiarlo, contestualizzarlo e approfondirne strumenti, punti di vista, benefici e contraddizioni, non può che essere un valore aggiunto nel suo continuo processo evolutivo.

Il progetto lavora in contesti segnati da dispersione scolastica, povertà educativa e criminalità organizzata. Qual è, nella pratica, il valore aggiunto rispetto ai metodi educativi tradizionali?
In una parola: comunità. L’Hip Hop ha da sempre agito come agente generatore di comunità, di ragazze e ragazzi che volevano stare insieme per ballare, rappare, disegnare, invadendo con i propri corpi spazi pubblici, risignificandoli. Siamo ancora nel periodo post pandemico anche se sembra esser passata una vita, la socializzazione non sempre è un “esercizio” così spontaneo soprattutto per adolescenti e preadolescenti, così come non è così semplice trovare codici espressivi utili all’autorappresentazione di sé stessi. In questo, soprattutto il Rap, fornisce una possibilità straordinaria di auto narrazione.
Ci troviamo di fronte anche ad un momento particolare della storia della cultura Hip Hop: è raro che generazioni così distanti abbiamo in comune un codice espressivo così preciso e identificativo, oggi un ragazzo di 15 anni e un uomo di 50 possono fare freestyle insieme, dipingere insieme, stare in consolle insieme, ritrovandosi all’interno dello stesso linguaggio creativo, con vissuti e portati culturali indiscutibilmente diversi, però accomunati dallo stesso contenitore, il che ci permette di abbattere diverse barriere relazionali e generare comunità transgenerazionali.
L’antimafia sociale, dalla quale proveniamo, parte dal presupposto che le mafie, per mero interesse economico e di potere, tendono ad occupare qualsiasi spazio possibile all’interno della società, da quelli economici a quelli fisici. Generare comunità, mettendo insieme, non con poca fatica, la lotta alla dispersione scolastica, il diritto allo studio come strumento antimafia, una consapevolezza civica e sociale anche attraverso l’Hip Hop ci sembra un’opportunità unica.

La vostra rete lega artisti, educatori e università. Qual è stata la sfida più grande nel far dialogare linguaggi così diversi: quello accademico, quello sociale e quello della cultura Hip Hop?
In verità era un’esigenza di tutti, noi abbiamo avuto solamente l’intuizione di fare la domanda giusta nel momento giusto a tutte le parti in causa.
La prima riunione della rete Keep It Real, composta da oltre 40 tra rapper, educatori e ricercatori è stata emblematica: una discussione fiume di oltre cinque ore dove è emersa con veemenza, a diversi livelli e per diverse ragioni, la stessa esigenza: confrontarsi.
Per capire, approfondire, studiare ed evolvere grazie alla ricchezza dei diversi punti d’osservazione sullo stesso fenomeno. Credo anche che il fattore generazionale abbia svolto un ruolo, molti dei rapper, dei ricercatori e anche dei docenti, hanno vissuto e attraversato lo stesso frame culturale degli anni 90’, probabilmente questo facilita il dialogo e il reciproco riconoscimento.

Avete mappato esperienze di pedagogia Hip Hop in Italia (Volume 1 e Volume 2). Qual è stata la scoperta più sorprendente o inattesa emersa dal vostro lavoro di ricerca?
L’idea della mappatura dei percorsi educativi, per altro in continuo aggiornamento, nasce dalla volontà di capire in quanti in Italia avevano avvertito la stessa esigenza: mettere quanto appreso grazie al proprio percorso individuale all’interno della cultura Hip Hop, al servizio degli altri.
Quello che sta emergendo, oltre alla straordinaria generosità con la quale si mettono in piedi i percorsi socioeducativi, è che tutti hanno sviluppato una metodologia pedagogica molto simile, con tratti comuni e interpretata ovviamente in base alle proprie peculiarità di essere umano.
“Each one teach one” è un passaggio di conoscenza, una condivisione di esperienze, un modo di stare insieme e costruire identità collettive e individuali. Sia chiaro però che nessuno è lì per creare nuovi rapper, bboy o bgirl, dj o writer, i ragazzi e le ragazze sono lì per stare insieme, imparare a fare comunità guidati dalla comune passione per i linguaggi artistici legati alla cultura Hip Hop.
Questo equivoco o questo rischio di fondo esiste, per questo ci teniamo a chiarirlo con forza prima di tutto a chi varca la soglia degli spazi che ci permettono di avviare i laboratori.

Il progetto punta a “superare il binomio musica–violenza e rapper/trapper–baby gang”. Quanto pesa ancora questo stereotipo e perché secondo voi i media faticano a raccontare l’Hip Hop come spazio educativo?
Il nostro è un tempo segnato dalle semplificazioni, dal numero massimo di caratteri con il quale esprimersi, dalle parole che non si possono scrivere altrimenti l’algoritmo le rigetta, dalla soglia d’attenzione con il timer che non supera i 30 secondi, dai video che non possono superare un certo minutaggio. La società è un luogo complesso, la complessità fa parte delle nostre vite e continuare a rigettarla non ci sembra una mossa particolarmente intelligente.
Quando abbiamo fatto nascere il percorso di Keep It Real, i media erano tutti concentrati su quanto fossero brutti e cattivi questi giovani trapper, quanto questa musica fosse “deviante” o immorale. In alcuni casi, non pochi devo dire, il connubio atto violento/Trap è stata una forzatura al limite dell’indecenza: “Giovane accoltella amico, ascoltava anche la trap”.
Estremizzo ma non sono andato così distante da quello che tutti hanno avuto la possibilità di leggere. Estremizzare, polarizzare, semplificare. Questo esercizio, oltre a non tener conto della complessità e della molteplicità del mondo di riferimento, demonizza e colpevolizza alla ricerca del solito capro espiatorio. Oggi i trapper, ieri Elvis Presley, Jim Morrison, ogni epoca ha avuto i suoi demoni da additare.
In ogni epoca i media hanno guardato ai fenomeni culturali senza soffermarsi sul dato di realtà: non sono i trapper oggi ad essere violenti ma il Mondo è un posto violento, la società è violenta, ragazzi e ragazze raccontano solo ciò che vedono e lo interpretano come meglio credono.
Questo non vuol dire che debba piacerci, ma non ci piace neanche questo modello di società; infatti, le energie andrebbero indirizzate nel cambiare la società, non i testi degli artisti. Keep It Real nasce con l’idea di decostruire e costruire un nuovo immaginario che tenga conto di tutte le parti in causa. Esistono degli artisti che da decenni si dedicano a giovani ragazzi e ragazze, fanno qualcosa di nuovo ed eccezionale, ci sembrava necessario metterli insieme, raccontarlo ed affrontare le problematiche con necessaria attenzione. Senza rinnegare nulla, altrimenti rinnegheremmo la storia dell’Hip Hop. I media continueranno a fare il loro lavoro assecondando le regole del loro gioco, vale per la musica come per il cinema.
Gomorra, Suburra o altre serie di successo hanno solo raccontato dei fatti di cronaca, spettacolarizzando certamente i fenomeni ma non si sono di certo inventati le mafie, no? Le mafie esistono a prescindere dai prodotti che le raccontano, fanno parte della nostra società. Raccontare il male è sempre un esercizio stilistico più accattivante, raccontare il bene senza essere o risultare retorici, senza scavare nelle contraddizioni degli esseri umani, è un esercizio molto più complesso.
Si rischia molto di più. Poi esistono sempre le eccezioni, esistono artisti importanti che scrivono cose importanti, esistono film che scavano con serietà nella complessità dei fenomeni. Una partita aperta tutta da giocare.

Nei laboratori residenziali, gli artisti diventano educatori. Cosa cambia quando un rapper come Kiave, Oyoshe, Dongocò, Kyodo o Low.Dato entra in aula con un ruolo didattico? È una forma di nuova leadership culturale?
Questo è un tema che è stato ed è oggetto di discussione all’interno della rete. Rapper, educatori o Arte educatori? Forse direi che il termine “conduttori” metterebbe d’accordo quasi tutti ma non ne sono ancora certo!
Sicuramente la leadership culturale emerge, al netto delle definizioni e nell’interpretazione del ruolo che si basa molto sull’autorevolezza del “chi dice, cosa dice e come lo dice”. Prima di tutto bisogna essere degli adulti credibili agli occhi dei ragazzi e delle ragazze e loro lo sono, poi avere una grande capacità e propensione nel mettersi in relazione, il resto lo fa il rap.
Probabilmente a livello strettamente pedagogico stiamo assistendo ad un piccolo ma significativo cambiamento, anche questo sarà osservato e raccontato all’interno della nostra ricerca.
Domanda provocatoria: l’Hip Hop è nato come voce antisistema. Lavorare con fondazioni, università e bandi istituzionali non rischia di “istituzionalizzare” quella stessa voce ribelle?
In maniera altrettanto provocatoria: i rapper italiani vanno a Sanremo, non saranno di certo le Fondazioni e le Università ad istituzionalizzarlo, anzi, probabilmente i luoghi della costruzione del “sapere” possono solo essere un incentivo a riacquisire una nuova centralità e attenzione all’interno dei luoghi del conflitto sociale.
Inoltre, oggi c’è spazio per tutti, esiste la possibilità di esprimersi in maniera abbastanza libera, poi si sceglie se essere o meno vittima o complice degli algoritmi. Senza alcuna ipocrisia di sorta: c’è del rap che si occupa di conflitto sociale, esistono tantissimi artisti che non si risparmiano e prendono posizione, perché probabilmente rispecchia l’esigenza di alcuni artisti.
L’Hip Hop è stato un movimento di subcultura urbana non per così tanto tempo, nella sua proficua parabola ascendente, ancorata al sistema economico e culturale degli Stati Uniti, è riuscito ad essere sistema ed antisistema nello stesso modo in breve tempo, questo schema oggi forse vale un po’ di più.
Il progetto ha una forte dimensione territoriale: Milano, Bologna, Roma, Napoli, Cosenza. Come cambiano le esigenze educative e i linguaggi Hip Hop da città a città? Si può parlare di una pedagogia urbana “italiana” o ogni quartiere è un mondo a sé?
Il progetto di ricerca che abbiamo costruito ha cercato intanto di tenere insieme quanti più luoghi possibile da Nord a Sud. Contesti diversi, storie diverse, realtà associative diverse. L’unica cosa in comune sono state la comunità di pratiche pedagogiche di educazione non formale basate sul Rap che abbiamo messo insieme ma, come già sottolineato, con interpretazioni diverse se pur dentro un continuo interscambio tra rapper, educatori e ricercatori.
Anche gli stessi ricercatori vengono da background diversi (sociologia, pedagogia, scienze dell’educazione, psicologia) e hanno punti di osservazione diversi che, dal nostro punto di vista politico, è l’unico modo per osservare come un fenomeno complesso come l’Hip Hop generi comunità in relazione a territori diversi e ai ragazzi e ragazze con vissuti diversi. Nascere a Bologna o Cosenza non è la stessa cosa, stare al Corvetto (Milano) o al Lamaro (Roma) non è la stessa cosa, esistono delle differenze sia di possibilità spesso definite dalle aree geografiche o talvolta dalle possibilità socioeconomiche ma una cosa è certa: il rap li mette d’accordo tutti.
Non so se possiamo parlare di pedagogia urbana ma l’epifania impressa nei volti dei ragazzi e delle ragazze che nasce dalla consapevolezza di poter scrivere delle rime esprimendo un’esigenza o riuscire registrare un brano, quella piccola “magia” (così la definisce Kiave) che osserviamo all’interno dei laboratori, è un’esperienza preziosa che merita la cura necessaria affinché possa diventare un “bene comune”, affinché ogni ragazza o ragazzo possa avere la possibilità di vivere questa esperienza all’interno del proprio contesto territoriale.

La presenza di un team scientifico strutturato (docenti e ricercatori) suggerisce un tentativo di misurare l’impatto. Come si misura l’efficacia di un laboratorio Hip Hop? Che cosa significa “successo” in un processo educativo di questo tipo?
La nostra ricerca non nasce per misurare l’impatto sociale del fenomeno, assolutamente. La nostra esigenza politica è prima di tutto quella di guardare all’Hip Hop non solo come oggetto di studio ma come soggetto trasformativo e lente interpretativa attraverso cui osservare problemi sociali complessi, come ad esempio le diseguaglianze socioeducative cristallizzate nel concetto di povertà educativa.
Per farlo abbiamo scelto di adottare un disegno di ricerca non convenzionale perché stiamo osservando un fenomeno non convenzionale; quindi, la rigidità è l’ultima cosa che ci serviva per evitare di limitare lo sguardo. Lo scopo è quello di contribuire da una parte allo sviluppo del dibattito accademico italiano su questo tema, dall’altra fornire un supporto a operatori ed enti, osservando e riconoscendo la valenza educativa dell’Hip Hop a partire dalle esperienze che trasformano il suo ruolo da “educazione incidentale” a uno strumento di educazione informale.

Guardando ai prossimi step, volete coinvolgere sempre di più le scuole. Come reagiscono dirigenti e insegnanti quando proponete Hip Hop, street culture e laboratori creativi come strumenti per affrontare povertà educativa e dispersione? Siamo davvero pronti a portare la cultura urbana dentro l’educazione formale?
ÀP – Antimafia Pop Academy ha portato in maniera residenziale i processi di educazione non formale all’interno dei piani dell’offerta formativa dei nostri Istituti scolastici, già dieci anni fa. L’Hip Hop, insieme ad altri linguaggi creativi ed espressivi, ha fatto sempre parte del nostro bagaglio culturale.
Lo spazio culturale esiste, e per spazio culturale intendo la voglia e la visione di alcuni docenti e dirigenti scolastici pronti e mettersi in gioco e accogliere un cambiamento. Talvolta in maniera più strutturata e consapevole, altre in maniera superficiale e semplicistica. La vera domanda è: noi siamo sicuri di essere così pronti? Bisogna sperimentarsi senza mai perdere la voglia e la propensione allo studio e al confronto.
Bisogna avere la pazienza di stare all’interno dei processi educativi e culturali che generano cambiamento, starci anche quando i risultati sperati non arrivano. Dieci anni fa era impensabile essere residenziali all’interno dei piani dell’offerta formativa delle scuole, però eccoci qua. Con calma, perseveranza, attitudine. Mantenendo uno sguardo capace di cogliere le complessità senza mai, ma questo vale per noi, perdere il punto di vista dell’antimafia sociale come sguardo sulla società: creare, agire, trasformare.

*** Le foto dell’articolo sono state scattate al convegno “L’Hip Hop, traiettorie di un movimento culturale e agente di cambiamento” a Roma il 24 Ottobre 2025 presso la Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione. Sapienza Università di Roma (Via Salaria, 113)




