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Hip Hop Italian Museum: sapevi che in Italia esiste un museo dedicato all’Hip Hop?

Negli ultimi anni la Cultura Hip Hop in Italia ha iniziato a prendersi sempre più spazio anche nel campo della memoria e della divulgazione. Tra le iniziative più interessanti c’è l’Hip Hop Italian Museum, un progetto unico nel suo genere nato per conservare, raccontare e tramandare la storia dell’Hip Hop italiano e internazionale attraverso oggetti, documenti, flyer, dischi e testimonianze raccolte in oltre quarant’anni.

Dopo le prime mostre itineranti che hanno riscosso grande successo, il museo guarda oggi al futuro con l’obiettivo di diventare uno spazio stabile e vivo, capace di unire archivi, formazione e socialità. Abbiamo raccolto alcune risposte direttamente dal team del museo, per capire meglio lo spirito e la visione che guidano questa iniziativa.

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Com’è nata l’idea di trasformare una collezione privata in un vero e proprio museo dell’hip hop italiano? 

Ho sempre avuto la passione per il collezionismo fin da bambino, perciò mi è venuto naturale conservare tutto ciò che riguardava le mie passioni. L’Hip Hop era nella mia “top 3”, così nel tempo ho raccolto dischi, mixtape, libri, manuali, flyer, abiti e qualsiasi oggetto legato a questa Cultura.
Con l’arrivo di Internet, ho iniziato a caricare online i filmati che avevo registrato negli anni, cercando di creare una memoria storica digitale. All’inizio i siti chiudevano uno dopo l’altro, finché non sono approdato su YouTube e Instagram, dove ho potuto condividere sia i video che le immagini degli oggetti.
In occasione del cinquantesimo anniversario della Cultura Hip Hop ho deciso di esporre la mia collezione in una mostra. Visto il successo, quella prima esposizione è diventata itinerante, in attesa che il sogno si realizzi in un museo stabile.

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Qual è stato il criterio principale nella scelta dei materiali da esporre nelle prime mostre?

Ho voluto dare voce non solo agli artisti più conosciuti, ma anche a quelle centinaia di persone che hanno contribuito alla nascita e alla diffusione della Cultura. L’idea è stata quella di raccontare una storia: il percorso che l’Hip Hop ha fatto in Italia negli ultimi quarant’anni, con uno sguardo anche oltre oceano.
Ogni oggetto esposto deve avere una storia, un valore, un ricordo. Deve emozionare chi c’era e offrire alle nuove generazioni un tassello utile per comprendere e ricostruire le proprie radici.

In che modo il museo contribuisce a raccontare la storia dell’hip hop italiano alle nuove generazioni?

Nel modo più diretto e semplice: mostrando la storia nero su bianco. Attraverso gli oggetti e i documenti è possibile osservare, confrontare, discutere e custodire quella memoria per farne tesoro in futuro.
Il dialogo avviene sia online – con i commenti e i racconti dei protagonisti su Instagram – sia dal vivo, durante le mostre, dove io e altri membri della scena facciamo da guide. È un approccio che restituisce un racconto realistico e autentico della nostra Storia.

Ci sono oggetti o documenti che possono essere considerati il “cuore” della collezione?

Sì, sicuramente i manifesti originali delle Jam più importanti della Golden Age, il poster di Wild Style di Aelle customizzato da Sharp, i manuali di breakin’ degli anni ’80, i manifesti italiani dei film cult di quel periodo, due flyer originali newyorkesi firmati Phase 2 e una quantità enorme di flyer dei party italiani degli ultimi quarant’anni.
A questo si aggiunge la sezione online, dove custodisco i video registrati nel tempo.

Quanto è importante il contributo delle donazioni da parte di artisti e crew della scena?

È fondamentale. Da solo non potrei portare avanti tutto questo: è un progetto nato per la comunità e che deve vivere grazie alla comunità.
All’inizio acquistavo molto materiale online a mie spese, e non è stato facile. Oggi, dopo aver dimostrato la serietà e la passione che guidano questa missione, ho conquistato la fiducia di gran parte della scena. Questo ha fatto sì che molti mi inviassero pezzi da tutta Italia, rendendo la collezione unica e in continua crescita.

Oltre alle mostre itineranti, quali progetti futuri sono previsti per la sede stabile nelle Marche?

L’idea è di realizzare un museo a tutti gli effetti, ma che non sia solo uno spazio espositivo. Vorrei creare un luogo vivo, con laboratori, presentazioni di dischi e libri, conferenze, workshop e tante iniziative che lo rendano un punto di riferimento per la Cultura Hip Hop italiana.
Molti si chiederanno: perché nelle Marche e non a Roma o Milano? La risposta è semplice: per ora ho scelto la mia terra, dove posso occuparmene in prima persona. In futuro si vedrà come evolverà il progetto. Intanto, vivere l’esperienza del museo qui – in un luogo centrale e facilmente raggiungibile, in una cornice bellissima soprattutto d’estate – credo possa diventare un valore aggiunto.

In che misura il museo vuole essere non solo un archivio di memoria, ma anche un luogo di incontro e formazione?

Non voglio che sia solo un “deposito” di materiali, ma uno spazio di condivisione, socialità e crescita. L’Hip Hop è sempre stato scambio e comunità: per questo è fondamentale che le nuove generazioni possano incontrarsi, imparare e allo stesso tempo conoscere la Cultura attraverso le giuste nozioni.
Solo così possiamo combattere i luoghi comuni e le semplificazioni diffuse da certi media, che spesso generano confusione. Il museo deve trasmettere mentalità, attitudine e conoscenza.

Quali reazioni ha suscitato finora il progetto, sia nel pubblico che all’interno della scena hip hop?

Le reazioni sono state entusiaste. In due anni abbiamo girato molte Jam e location, ricevendo richieste continue per nuove tappe. Ogni volta è stato un successo.
Anche la pagina social cresce costantemente, e questo mi rende felice: significa che il sogno che porto avanti da una vita sta lasciando un segno. Vorrei creare una timeline corretta e onesta della Cultura, da trasmettere alle nuove generazioni. E ringrazio chiunque mi scriva o venga a trovarmi: ricordiamoci che il Knowledge è alla base di tutte le discipline dell’Hip Hop.

Che ruolo può avere un museo di questo tipo nel collegare la cultura hip hop italiana con quella internazionale?

Un ruolo cruciale. È importante creare connessioni con gli altri musei sparsi nel mondo, per comprendere come l’Hip Hop abbia influenzato e unito culture diverse.
In Europa c’è sempre stata una forte interazione tra artisti, e con il tempo i legami si sono estesi anche ad altri continenti. L’Hip Hop non ha confini: si adatta a qualsiasi contesto, pur mantenendo radici comuni. Anche se poi viene reinterpretato in chiave personale, l’anima resta la stessa.
Per questo ci sentiamo tutti fratelli: condividiamo la stessa madre, la nostra Cultura. Un museo che dialoga con altri musei può rafforzare questa consapevolezza, soprattutto ora che abbiamo superato i cinquant’anni di storia.

Se dovessimo immaginare il museo tra dieci anni, quale sarebbe l’obiettivo principale da raggiungere?

Il sogno è avere una sede stabile, viva e accogliente: un luogo dove tutti possano sentirsi a casa, in cui la Cultura sia il centro. Un punto di incontro dove artisti e appassionati possano scambiarsi esperienze, idee e visioni.
Vorrei che diventasse uno spazio capace di unire generazioni diverse e di ispirare speranza in un futuro migliore. Sono un sognatore, e come si dice: i sogni son desideri. Questo è il nostro sogno, la nostra favola da scrivere insieme.

Selene Luna Grandi

Italian journalist, creative and public relator. I moved to London in 2015 after several years of experience as war correspondent for some Italian Newspapers. I write, promote and I'm involved in projects about Medicine, Health, Urban cultures, Environment.

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