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HYPE – Il quartiere, la musica, la verità. Dentro la nuova serie di Rai Fiction con le parole di Domenico Croce

Il 24 ottobre, al Cinema Adriano di Roma, si è tenuta la presentazione ufficiale di HYPE, la nuova serie Rai Fiction/Fidelio in arrivo su RaiPlay dal 31 ottobre. Il Rappuso era li: tra addetti ai lavori, giornalisti e giovani rapper, in un’atmosfera sospesa tra la curiosità e la vibrazione di qualcosa che mancava da tempo nel racconto televisivo italiano.

Quello che sto per raccontarvi, è una serie che parla di musica, di strada, di sogni e ferite, ma lo fa con un linguaggio visivo potente, con un ritmo da videoclip hip hop e con la voce di Ernia che guida lo spettatore dentro un quartiere che non è semplice sfondo: il QT8 di Milano, cuore pulsante e personaggio vivo della storia.

Inoltre, in queste settimane, ho avuto l’occasione di parlare con uno dei registi, Domenico Croce, per capire come è nato questo progetto e come si trasforma l’energia dell’hip hop in linguaggio narrativo. Le parole di Croce – lucide, appassionate, radicate nella realtà – sono state il filo conduttore di questo approfondimento.

Hype, un progetto che parla con la voce del quartiere

HYPE racconta la storia di tre ragazzi – Anna, Luca e Marco – cresciuti nel quartiere QT8, legati da un sogno comune: sfondare nel rap e far conoscere al mondo la loro voce. Il loro talento cattura l’attenzione di un’etichetta, la Parsifal, che li spinge verso la possibilità di una carriera, ma anche verso le prime crepe: i compromessi, le tensioni interne, i rapporti con il quartiere e con chi non vuole che quella voce esca dai confini del cemento.

Intorno a loro c’è una galleria di personaggi intensi: Fabrizio, l’A&R che diventa mentore e produttore, Nicola, boss giovane e carismatico che teme la ribalta del quartiere, e Carlo, padre di Luca, un uomo segnato dal carcere che tenta di riconciliarsi con un figlio che non riconosce più. A tenere tutto insieme, Anna – mente, cuore e visione – che diventa la bussola morale del gruppo.

Croce, insieme a Fabio Mollo, firma la regia di otto episodi da venticinque minuti ciascuno, scritti da Libero Pastore, Gemma Pistis e Giulio Lepri, con la collaborazione di Salvatore De Mola. Un lavoro di squadra che punta alla verità senza scivolare nel didascalico.

La serie alterna colori saturi e bianco e nero, due registri visivi che separano i punti di vista: quello dei ragazzi – vibrante, emotivo, vivo – e quello del quartiere stesso, che “parla” con la voce di Ernia. Una trovata semplice e geniale, che restituisce anima a uno spazio urbano e memoria a una città intera.

Parla Domenico Croce: “Ho sentito il profumo di verità”

Quando Domenico Croce parla di HYPE, non lo fa come di un semplice progetto professionale, ma come di qualcosa che gli appartiene. Lo dice con calma, con quella precisione di chi sceglie ogni parola: «Per me HYPE è un crocevia di passioni, un luogo in cui finalmente si sono incontrate tante cose che amo.»

Mi racconta che l’idea gli è arrivata quando il progetto era già in fase di sviluppo, ma che non ha avuto dubbi: «Quando ho letto la prima bozza mi sono detto: ok, devo esserci. Il sogno, la fame di farcela, la voglia di riscatto… sono temi che mi appartengono da sempre, perché nasco anch’io in un quartiere che viene definito “difficile”.»

Per Croce, il QT8 non è solo un contesto urbano: è un organismo vivo, da conoscere prima di rappresentare. «Il primo passo è stato ascoltare il quartiere. Ci siamo andati tante volte, abbiamo parlato con la gente, ascoltato le loro storie. È un quartiere che porta dentro una storia incredibile, nata come utopia urbanistica negli anni Cinquanta. Non è “difficile” in sé, ma ha le sue contraddizioni, le sue ferite, la sua verità.»

Quando gli chiedo del rapporto con Ernia, sorride: «Lui è stato il nostro Cicerone. Ci ha guidati nel QT8, ci ha fatto scoprire strade, angoli, persone. Ci ha accompagnati per giorni, raccontandoci com’è vivere lì, che energia si respira, come si muovono i ragazzi. Ha ispirato tanto la scrittura dei personaggi, ma anche la loro fisicità. È stato un aiuto preziosissimo.»

E poi aggiunge, quasi divertito: «Abbiamo scoperto di avere in comune anche una passione per Tolkien. E in un certo senso HYPE è una storia di viaggio, di crescita, di sfida: c’è dentro la stessa tensione epica, ma con un linguaggio urbano.»

Croce mi racconta che la decisione di far parlare il quartiere con la voce di Ernia è nata proprio da quella immersione: «Abbiamo pensato: perché non dare al quartiere una voce? Non un narratore esterno, ma la voce di chi lo abita, di chi lo vive. E allora abbiamo scelto Ernia, perché conosce il QT8 come pochi, e la sua voce, ruvida e calda, era perfetta per raccontarlo.»

Anche la scelta visiva del bianco e nero nasce da un ragionamento profondo: «Quando il quartiere parla, tutto passa in bianco e nero. È come se il tempo si fermasse, come se la memoria prendesse forma. È un modo per distinguere il presente dei ragazzi dal respiro più profondo della città.»

Gli chiedo del lavoro con gli attori, e qui si accende: «Abbiamo fatto un casting lunghissimo. Cercavamo verità, ritmo, presenza. La maggior parte dei ragazzi sono esordienti, e questa è stata la nostra forza. Non volevamo volti già visti. Per alcuni ruoli abbiamo scelto persone che vengono davvero da quel mondo, come Noè Batita, che è un rapper. È stato fondamentale, perché certi movimenti, certi gesti, non li puoi inventare.»

Sul piano della regia, spiega che la sfida più grande è stata trovare un ritmo visivo coerente con il linguaggio hip hop: «Il rap ha un suo respiro, una sua metrica. Abbiamo cercato di farla entrare nelle immagini: nel montaggio, nei dialoghi, nelle pause. HYPE è costruita come un beat: ogni scena è una barra, ogni taglio è una rima.»

Poi parla del rapporto con Fabio Mollo, con cui ha firmato la regia: «È stato amore a prima vista, letteralmente. Ci siamo incontrati, abbiamo capito subito che avremmo potuto lavorare insieme. Siamo due persone molto diverse ma complementari. Sul set spesso ci dividevamo le scene, ma la preparazione è stata totale, condivisa. Ho imparato tanto da lui.»

La conversazione si chiude su un concetto che Croce ripete più volte: verità.
«Quel profumo di verità è ciò che cerco sempre. Ma non è semplice. La verità non è solo quello che vedi: è anche quello che tradisci nel modo giusto. Bisogna saperla dosare. Come nella musica – dove ci sono pause, contrappunti, variazioni – anche nel cinema devi saper “suonare” la realtà, non solo riprenderla.»

E ancora: «Con i giovani non puoi fingere. Loro percepiscono immediatamente se qualcosa è falso. È per questo che abbiamo voluto immergerci davvero nel loro mondo, non per copiarlo, ma per rispettarne l’energia.»

Mentre lo ascolto, capisco che HYPE, per lui, non è solo una serie: è una dichiarazione d’intenti, una forma d’arte che parla la lingua di chi oggi crea, sogna, si rialza e continua a cercare un posto nel mondo.

Hip Hop come grammatica visiva e morale

In HYPE, l’hip hop non è un pretesto narrativo, ma la spina dorsale del linguaggio. Il ritmo non sta solo nella musica, ma nel montaggio, nel respiro delle scene, nel modo in cui i personaggi si muovono. Ogni episodio è costruito come un beat: le parole, gli sguardi, i silenzi diventano flow, rime, tagli di cassa e rullante.

Croce stesso lo conferma: «L’hip hop è ritmo, ma anche disciplina e verità. È una forma di realtà che non cerca il consenso, cerca il racconto. HYPE non usa il rap come abbellimento, ma come struttura.»

La fotografia alterna colori accesi e toni desaturati, i movimenti di macchina sono fluidi e vicini ai corpi, la camera resta dentro il respiro dei ragazzi come se fosse un compagno di viaggio. È una serie che sembra suonata, più che girata.

Ma soprattutto, HYPE restituisce dignità al rap italiano, troppo spesso confinato a stereotipi: la strada non è solo luogo di pericolo, ma comunità, laboratorio sociale, spazio di identità. L’hip hop diventa così metafora del quartiere: una forma d’arte che nasce dal basso, che trasforma le crepe in ritmo e la fatica in linguaggio.

È anche per questo che la serie riesce a parlare ai giovani senza scimmiottarli: non cerca di essere “giovane”, ma onesta, come lo è il rap quando funziona davvero.

Hype è un racconto di crescita, ritmo e verità

HYPE è un esperimento riuscito di fusione tra fiction, urban culture e racconto generazionale. La scrittura sa tenere insieme il ritmo della narrazione con la densità dei personaggi, mentre la regia riesce a dare forma visiva al suono – e viceversa.

Alla fine, è una storia che parla di amicizia, appartenenza e scelte, ma anche di identità: cosa significa emergere senza perdere se stessi, crescere senza dimenticare da dove vieni, trasformare il rumore in musica.

E quel “profumo di verità” di cui parla Croce è la sensazione che rimane dopo la visione: qualcosa di reale, umano, tangibile.

Dal 31 ottobre su RaiPlay, HYPE è una serie che vibra al tempo del presente, che guarda al futuro del racconto urban in Italia e lo fa con una forza nuova, autentica, coraggiosa e piena di ritmo.

Selene Luna Grandi

Italian journalist, creative and public relator. I moved to London in 2015 after several years of experience as war correspondent for some Italian Newspapers. I write, promote and I'm involved in projects about Medicine, Health, Urban cultures, Environment.

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