IntervisteRap italiano

Klaus Noir, HOT MINUTE Vol.3 è il cobra che morde l'incantatore. L'intervista

Klaus Noir è tornato con HOT MINUTE Vol. 3, capitolo che prosegue la saga di EP portata avanti dal rapper barese.

Questa terza edizione anticipa la pubblicazione di un nuovo album che prenderà vita nei prossimi mesi. Come di consueto, Klaus Noir non cerca compromessi o accondiscendenze di sorta.

Klaus Noir tira dritto e porta avanti la sua visione capeggiata da un modus operandi che si discosta dall’onnipresente cliché del rap italiano.

Il rapper vuole porsi come un outsider credibile, in grado di rompere determinati schemi. Tutto l’EP è stato concepito in una sola notte.

L’artista si è lasciato guidare dal flusso e dalla creatività. Nessun testo o flow cesellato e rivisitato. Il rapper con questo nuovo capitolo, pone al certo l’arte e ci immerge nel suo mondo sfaccettato anche da dosi di simbolismo ed esoterismo.

Essendo un artista estremamente credibile e dalle capacità tecniche/descrittive importanti, ho deciso di intervistare Klaus Noir ed approfondire tutta una serie di temi e di aspetti.

Prima di passare alla lettura integrale, schiaccia play e goditi HOT MINUTE Vol. 3

Ciao Klaus, benvenuto e grazie! HOT MINUTE VOL. 3 è realtà. L’EP è nato dall’esigenza di esprimere molti pensieri e sfoghi verso tutto ciò che ti circonda. In particolare, nell’ambiente del rap italiano, noti molta ipocrisia e falsità?

Sicuramente ci sono delle incongruenze. Soprattutto, secondo me, si è persa quella autenticità che ha sempre contraddistinto il genere.

Come di consueto, in questo EP  hai sperimentato molto. In tal senso, qual era il tuo obiettivo principale?

In realtà non c’è un obiettivo principale riguardante la sperimentazione. Di solito è un processo non studiato a tavolino, quindi succede che mi metto lì a scrivere e in base a ciò che è il pezzo, in automatico presenta un genere musicale leggermente diverso.

Per dirti: non decido a priori che un pezzo sarà più elettronico o old school. Prima ancora di farlo, non stabilizzo niente. Succede e basta. La spontaneità è fondamentale.

HOT MINUTE, come ho sempre riferito, è spontaneità per antonomasia. HOT MINUTE Vol. 3 l’ho scritto e registrato in una sola notte.

Tutte e 7 le tracce insieme, proprio perché non volevo in nessun modo che ci fosse un artificio di mezzo. A differenza di un singolo qualunque, quando devo fare HOT MINUTE, mi metto lì, scrivo il brano una sola volta e senza revisioni, lo registro senza alcun tipo di ritocco.

La registrazione e il testo, devono seguire il flusso, l’andamento spontaneo. Per cui, magari se ci sono degli errori di pronuncia, di testo e di flow, li lascio tranquillamente.

Ad esempio, se ho immaginato la metrica in maniera differente, ma nella registrazione è avvenuta in altro modo, non modifico.

Lascio tutto così perché voglio che HOT MINUTE sia un’espressione totalmente spontanea di quello che sento, sono e provo in quel momento.

Motivo per cui io a volte non finisco neanche di scrivere il testo, nel senso che magari mi do un’idea del testo e poi la registro in freestyle perché così non vado a separare l’emozione che provo mentre sto concependo quel pezzo, dal contesto.

Non vado magari a registrarla dopo 3 giorni che quell’ emozione mi è passata e quindi devo fingere di provarla.

Questo concetto è un po’ un estremismo, ma mi serve per portare quella che è la veridicità riguardo a ciò che creo.

Penso che alla gente tutta sta roba arrivi, poi magari sono solo pippe mie, però è un bell’esercizio di sperimentazione ed è una cosa che mi aiuta a scrivere tanto perché noto che spesso mi faccio troppi problemi su come deve essere la metrica di un brano.

Personalmente, sono molto preciso su certe cose. Per cui, magari ci sono brani che impiego due settimane a scrivere.

Quando si tratta di HOT MINUTE mi devo autoimporre di non doverci tornare sopra o riflettere più di tanto. 

Dunque i testi li scrivi sempre sulle strumentali, oppure parti dal beat e poi ci cuci sopra la scrittura?

Dipende. MUOVI QUELLA CAZZO DI TESTA non l’ho scritta su un tappeto musicale, bensì direttamente sul click del BPM e poi la strumentale l’ho fatta fare direttamente a Moka.

Gliel’ho girata ed ha lavorato alla base. Questa è un’altra roba figa: registrare il pezzo sul click, partendo esclusivamente dal tempo e poi farla suonare da qualcun altro.

Quindi viene fuori una terza cosa che non avevi neanche idea esistesse. 

Klaus Noir

In MI STA SUL CAZZO critichi pesantemente il modus operandi dei rapper italiani, sempre più immerso nell’esaltazione della prostituzione e di un lifestyle gangsta che spesso non gli appartiene. Che ruolo gioca il pubblico in tutto questo e nella finzione che continua a dominare le classifiche?

Penso che il pubblico sia anestetizzato dalle fiction. Oggi è tutto un apparire ed inventarsi una storia abbastanza credibile e allo stesso tempo incredibile per provare ad essere dei personaggioni che è quello che tutti gli artisti vendono.

Cioè lo sappiamo benissimo che ciò che vende è sempre qualcosa che ha dell’ “incredibile”. Un po’ la narrativa dell’eroe o dell’antieroe, come negli ultimi anni.

Credo che il pubblico non abbia troppe colpe perché va educato. I fruitori seguono ciò che va. Se c’è un film che va di moda, la gente va a vederlo, indipendentemente da quello che succede nella pellicola. Personalmente sono tanto appassionato dei film mafiosi italo-americani.

Quelli di Scorsese per intenderci. È chiaro che però riesco a distinguere il film dalla realtà e questo lo sa fare anche il pubblico, per cui ai fruitori non imputo nulla, se non l’eccessiva leggerezza a volte.

Purtroppo, capita che si è così tanto superficiali da confondere un artista vero da un fake o un fenomeno da baraccone, caratterizzato da più artificio che arte.

È capitato spesso che ti ritrovi in giro o in Major persone che non hanno niente del rapper, ma è tutto quanto personaggio ed immagine.

Magari, un personaggio potentissimo perché è assurdo – fa un sacco di casini, salta sulle macchine della polizia, fa danni, crimini veri, falsi o costruiti chi lo sa? – però se vai ad ascoltare, la musica che propone è il nulla più assoluto. 

Come al solito, nel tuo modo di rappare effettui tutta una serie di critiche sociali e disamine rispetto alla società. La cultura hip hop italiana è sempre più concentrata sull’intrattenimento e dimentica disuguaglianze e corruzione. Questo fattore è pesantemente influenzato dalle major o dipende anche dagli artisti che si adeguano allo standard?

Per come la vedo io è un circolo vizioso. Ti spiego: se c’è uno che funziona facendo il fenomeno da baraccone fingendosi criminale, mentendo ed inventandosi una storia e si rende conto che non deve neanche sforzarsi più di tanto a essere un bravo rapper o comunicare messaggi utili per sfondare perché appunto in Italia funzionano i manichini avulsi di contenuto, la Major lo nota e pensa subito di guadagnarci.

Lo assume e se vede che è talmente facile lucrare su determinati fenomeni e/o personaggi, ne va a cercare altri simili.

Per cui, tra un progetto più impegnato che va scritto in un anno e mezzo due ed ogni pezzo si porta dietro determinate tematiche, la Major tenderà sempre a preferire il prodotto che gli permette di monetizzare tramite due minchiate sparate in studio in tempo zero.

Si accorciano le tempistiche. Alla Major non frega niente se sei monotematico, ripeti la stessa roba, non sei originale o se sei un personaggio bidimensionale.

Klaus Noir

Se la Major spinge determinati prodotti, i ragazzini cominciano a pensare di emulare quel modello “vincente”.

Oggi molti non fanno i rapper perché hanno qualcosa da dire, bensì per sentirsi fighi. Nell’era odierna, il rapper è un po’ come il calciatore.

Per carità, anche questo è lecito, ma va chiarito che tanti oggi fanno rap perché è un modello propinato come vincente.

I ragazzini vogliono fare i fighi e chi vuole sentirsi figo, non si mette a fare il poeta di strada come facevamo noi nati negli anni ’90.

Oggi parecchi vogliono solo gonfiarsi l’ego e perpetrare estetica: vogliono mostrare i soldi, le tipe. Il 90% si aggrega ad un qualcosa che sfonda.

Si omologa e fa la stessa identica cosa. Adesso c’è una confusione molto grande su quella che è la figura del rapper.

Personalmente vengo da un periodo in cui la figura del rapper era quella del poeta di strada. Il rapper si trovava in una situazione che doveva cambiare ed era uno che voleva comunicare perché doveva salvare se stesso e gli altri da quel contesto.

Ad oggi, invece, abbiamo quella che è la narrativa della strada, concezione totalmente diversa che parte dal presupposto della finzione. Si tende troppo ad esaltare e miticizzare. 

Klaus Noir

Nell’EP tratti anche il fenomeno dei media condizionati e filtrati dal potere. Quanto è massivo il terrorismo psicologico perpetrato nei confronti della massa?

A livello sociale noi siamo molto ostaggio di quello che è il racconto del terrore, pratica ormai in uso dal COVID, passando per le guerre, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Questo è un periodo in cui non puoi più accendere la tv: si parla sempre e solo di notizie drammatiche o che incutono timore. In realtà, esistono anche parecchie situazioni positive.

Lo stesso vale per i social. Se scrolli sui social, dopo un po’ vieni mangiato da un vortice di avvenimenti negativi che cominci a prenderti male.

Infatti, ultimamente, stanno nascendo delle pagine che invece ti portano delle notizie positive, in modo tale da ricordarti che nel mondo esiste anche un po’ di bontà.

Ovviamente il terrore è sempre stato utilizzato come strumento di controllo per eccellenza da parte dei poteri dominanti.

La strategia è: più spaventi una nazione, più gli faccio credere che hanno bisogno di una determinata politica.

Non voglio entrare troppo nel discorso politico, ma se io cerco ogni giorno di bombardare le persone attraverso determinati contenuti, automaticamente riuscirò a portare acqua al mio mulino e far votare un partito piuttosto che un altro.

Non è una novità che la Rai sia completamente sotto controllo di una persona e di un partito. Intendo questo: il terrorismo mediatico, ti costringe a vivere nella paura. E se spegni la televisione, ti ricompare sul cellulare.

Per cui, bisogna imparare a staccarsi da queste cose e viversi la giornata. C’è tanta merda nel mondo, ed è questo il motivo per cui io faccio musica incazzata.

Ma dobbiamo anche ricordarci che non possiamo ingoiarla tutta ed ammalarci. Dobbiamo imparare ad osservare le cose positive del mondo e in questo periodo storico, nessuno lo fa per noi. Ognuno, individualmente deve apprenderlo da sé. 

Tra le barre più belle dell’EP  ci sono :” qui per avere follow servono dei nudi/quindi non venirmi a dire che vuoi contenuti/se mi sposo con l’hip hop siamo entrambi cornuti”. Ti chiedo: cosa significa per te tradire l’essenza di questa cultura e quando l’hip hop tradisce i suoi fedelissimi?

Il tradimento dell’hip hop è quello che hanno dovuto vivere negli ultimi 20 anni tutti gli artisti italiani che sono saliti alla ribalta, pur provenendo dalla cultura hip hop.

Mi riferisco alla fantomatica grattata. I rapper che hanno formato me erano nati tutti tra la seconda metà degli anni ’70 e gli ’80. Era gente che ha vissuto la prima ondata dell’hip hop.

Ad esempio ricordo un’ intervista di Kaos che parla di com’era l’hip hop italiano all’inizio. Era una roba davvero molto sentita. Senza esagerare con le parole, direi che era quasi una specie di “setta”.

Esisteva un purismo enorme sull’hip hop e il senso di appartenenza era clamoroso. Nella scena underground l’attaccamento al cosiddetto purismo era veramente massiccio.

Ho cominciato a scrivere musica nel 2010/2011. Ai tempi, pubblicavo poco e niente e non esisteva Spotify.

Ero molto piccolo, ho iniziato davvero presto. Mi ricordo che più che andare in studio e registrare, si facevano delle battle di freestyle sotto i portici a Bari.

Poiché sono di Bari, le facevo lì. In più, si progettavano dischi che poi andavi a stampare ed ascoltare. Cercavi di venderli manualmente, non c’era la roba di registrarlo in SIAE, non esisteva ai tempi nel concetto che avevamo a livello hip hop.

In quel periodo, mi ricordo che se facevi la cassa dritta, ti davano del venduto o del commerciale. Già quello era visto come un tradimento, figurati 10 anni dopo quando hanno cominciato a venir meno proprio i principi della cultura hip hop o di un racconto real, della realness.

È una situazione che adesso quasi fa ridere, poiché è palese che ad oggi, la street credibility autentica non la cerca nessuno.

In generale, ho sempre pensato che quell’idea della credibilità di strada sia sempre stata un po’ forzata, ma nel momento in cui viene narrato ciò che si vive, lo trovo coerente. Il fatto di esagerare un po’ ci sta, dato che come ogni storia, il rap deve essere accattivante, bello da ascoltare e narrativo.

Devi essere in grado di trasmettere delle immagini e creare un film. Da rapper, devi essere un po’ un regista della tua storyline.

Devi diventare esecutore di una pellicola ispirata alla tua vita. Ovvio che ci sono delle parti che tagli perché noiose o alcune robe che pompi tanto poiché le ritieni fighe.

Poi entriamo nel discorso che in quel pezzo dell’EP, il significato del tradire l’hip hop parte da un’analisi verso me stesso.

Mi sono detto che non voglio fare una vita ordinaria e quindi se ho sempre voluto essere un artista e sentito questa necessità di esprimermi, allora sono capace anche io di scendere a compromessi,  cosa che ogni tanto ho fatto.

Perciò non venite a dire a me che sono un purista: sono il primo che a volte scende a compromessi e lo fa anche apposta.

Ci sta, dato che vogliamo campare di questa roba, quindi se mi sposo con l’hip hop, di certo non gli sono fedele. In quel brano esiste molta autocritica.

La cultura hip hop non tradisce i suoi fedeli direttamente come genere, dato che è una questione a sé stante. Non è una cosa che fa di proprio volere.

Li tradisce nel momento in cui viene frainteso dai media. Noi abbiamo imparato che cos’è l’hip hop ascoltando direttamente i pezzi perché non c’era Instagram, non esisteva la narrativa attuale.

Oggi i ragazzi imparano cos’è l’hip hop su un social. Che poi dopo l’ondata trap, non è neanche più quella cultura degli albori.

La gente ha cominciato a vedere il rapper come quello strafigo coi soldi e le tipe, per cui alcuni hanno deciso di fare rap partendo dalla concezione di emulare ciò che osservavano e sentivano.

Se le tematiche spingevano sull’effimero, partiva l’omologazione su quello. L’imitazione era fortissima. Esiste una forte contraddizione sul significato ultimo della cultura hip hop e del genere rap.

La mediaticità ha reso il rap italiano la musica più ascoltata in Italia, ma mi rendo conto che il rovescio della medaglia è che nessuno rappa più per il motivo che motivava me ad essere un artista.

Io facevo questa roba perché ascoltavo un pezzo, mi emozionava e mi trasmetteva il preciso messaggio che anche le persone spinte ai margini, non scolarizzate e/o costrette a vivere per strada potevano imporsi ed essere qualcuno di rilevante all’interno della società, specie perché spesso sanno parlare molto meglio di quelli che hanno la laurea.

Io da piccolo soffrivo tanto il fatto di non aver mai avuto troppe possibilità economiche o a livello materiale, ma preferivo balzare scuola e mettermi in un bar ed ascoltare per 6-7 ore tutte la playlist che avevo di rap italiano.

E lì, in quei momenti, imparavo tantissimo. Era un qualcosa che mi acculturava. L’hip hop era una cultura. Non voglio fare il vecchio, ma se adesso un ragazzino mette la playlist del rap new gen italiano odierno, nella maggior parte dei casi, non impara un cazzo.  Eccetto rarità che confermano la regola. 

Il diavolo è un elemento chiave del tuo immaginario. Che archetipo rappresenta per te e cosa ne pensi dell’esoterismo rapportato alla musica?

Parto dal presupposto che sono molto molto fan dell’esoterismo, da sempre. Ho anche tanti libri sull’argomento e l’ultimo libro che ho letto quest’estate sull’esoterismo è stato la Chiave Di Salomone.

Personalmente vengo dal sud, da Bari. Ho fatto il ministrante, ovvero quello che veniva chiamato chierichetto, dato che per tanti anni ho abitato di fronte ad una chiesa.

Il cristianesimo e il cattolicesimo li ho vissuti davvero tanto. Vengo da una famiglia credente; ho abitato tantissimi anni con mia nonna che era una cristiana praticante cattolica.

Si andava a messa non solo la domenica, ma anche il sabato sera. Questo significa che ho vissuto tantissimo proprio la Chiesa.

Allo stesso tempo, ho notato le sue contraddizioni. Mi sono reso conto che c’erano parecchie incongruenze.

A me hanno insegnato la parola del Dio vendicativo, quel Dio davanti al quale non potevi assolutamente peccare.

Erano quelle chiese che non ti facevano fare la comunione se non ti confessavi una volta a settimana. C’era molta rigidità.

Klaus Noir

Quindi, automaticamente, ho capito che il diavolo in realtà non è il male, ma bensì, l’archetipo dell’umanità.

Dio è perfetto, inarrivabile, devi sottometterti a lui. Il Diavolo va all’inferno, viene cacciato perché Lucifero è l’unico che prova a guardare Dio negli occhi e risponderlo a tono.

In una società in cui tutti vogliono la cosiddetta perfezione e quest’ultima viene costantemente premiata, io mi sento di dover essere molto più fedele a me stesso.

Se la società è questo fantomatico Dio,  voglio essere quello in grado di guardarla negli occhi e mandarla a cagare.

Questo è un po’ il coraggio che ha avuto Lucifero. Il diavolo non deve essere necessariamente legato al satanismo, anche se io a volte su sta roba ci scherzo. In un pezzo ho detto:” satanista è meglio che leghista”. 

Tra l’altro il termine Lucifero deriva da un’etimologia che significa portatore di Luce 

Esattamente. Il portatore di Luce. 

E rispetto all’esoterismo legato al rap italiano, che mi dici? Come valuti l’utilizzo di determinate immagini?

Penso che sia sempre un fenomeno di costume. Dipende come viene utilizzato il simbolo. Hai degli esempi concreti?

Si, possiamo riferirci ad esempio all’occhio onniveggente utilizzato in maniera massiccia nelle cover degli album e negli shooting degli artisti. Secondo te è un caso?

Beh, penso che si tratti di fenomeno d’immagine. L’occhio onniveggente mi ricordo che lo usava Fedez nel 2010, per cui credo che sia anche un qualcosa creato ad arte per voler scimmiottare una sorta di Nuovo Ordine Mondiale che non esiste.

È un po’ l’egocentrismo del volersi autodefinire potenti. Credo che Fedez lo facesse perché lui cercava di sdoganare tutte ste robe qua.

Ancora adesso fa il podcast in cui intervista i Gran Maestri delle Logge Massoniche, per cui poteva essere un po’ più coerente.

In questo momento, la vedo come una roba filo-americana. Nel dollaro c’è l’occhio che tutto vede e che tutto sa, l’occhio nel triangolo insomma, quello degli illuminati.

Credo che sia un fenomeno di costume. Siamo in un’epoca in cui il simbolismo viene utilizzato spesso e volentieri anche distaccato da quello che è il suo significato originale e per una mera questione di bellezza d’immagine. 

Klaus Noir

Anche questo EP conferma la tua poliedricità. Questo tratto distintivo ti differenzia da una scena fin troppo immersa nell’omologazione. Ti senti uno degli outsider del rap italiano?

Mi sento abbastanza un outsider, ma allo stesso tempo mi rendo conto che non lo sono. Durante gli anni ho ricevuto apprezzamenti dalle mie linee guida di riferimento.

Sono un artista indipendente che è finito nell’album Fuoco Sacro dei Cor Veleno. Ho collaborato con Fastcut, ho ricevuto stima da parte di Salmo e altri.

So di essere un outsider, ma è una questione di puro inserimento in determinate dinamiche e categorie di business.

Per quanto riguarda il rap vero e proprio, mi sento molto più incastonato nel genere rispetto a molti altri. Se vedi l’outsider come qualcosa di differente che propone contenuti diversi dalla media e si pone in contrasto con la maggioranza della scena, allora ti dico che mi sento un vero outsider. 

Nell’ultimo brano dell’EP canti della NOIA. Cosa significa per te questo stato emotivo? Riesci a trovare ispirazione nella noia?

Tra gli stati emotivi, per me la noia è l’emozione che più rasenta la depressione. È una cosa di cui ho molta paura. Mi ci abituo tanto alla noia.

Spesso e volentieri, mi ci cullo in qualche modo e comincio “a lasciarmi morire”. Nel senso che non trovo e non creo stimoli esterni.

Il discorso è che la noia non nasce quando non hai nulla da fare, bensì nel momento in cui sei talmente comodo che a un certo punto ti rendi conto di poter non fare niente.

Da quella cosa, cominci poi a non farne due o tre e nel frattempo perdi un sacco di tempo prezioso. Nella società di oggi è diametralmente opposto all’andamento naturale delle cose.

La noia è un sentimento che detesto. Provo sempre a riempire le mie giornate di un sacco di avvenimenti. Tendo a scrivere tanto, andare in giro, creare.

Se non sto scrivendo, sto facendo una grafica, se non faccio quello, mi dedico al beat oppure penso al video.

Però a volte la noia è tutto ciò che ci rimane, specie quando magari resti da solo o non c’è nessuno che ti aiuta.

Soprattutto se ti capita di affrontare un momento difficile per te stesso, la noia compare e puoi rimanere in questa condizione.

Motivo per cui nella canzone affermo:” vivo solo e quando se ne ho voglia”, non dico:” ah, mannaggia come fa a passare questa noia”.

Personalmente ammetto il fatto di essere io stesso il creatore di questa noia. La noia è anche legata all’apatia che provo nei confronti di tutto e di tutti.

Ora che ne parlo mi rendo conto che questa noia è molto simile ad uno stato depressivo. Ci sono dei periodi in cui sono totalmente apatico e sabotatore delle cose che mi piacciono.

Ti faccio un esempio: nel periodo di noia intensa, abbandono pure il progetto, non spingo i miei pezzi, non continuo a scrivere o fare cose e penso:” non gliene frega un cazzo a nessuno, perché dovrebbe interessare e fregare a me”?

Ci sono dei periodi di burnout che mi mangiano dentro e questo è il motivo per cui devo sempre fare, fare, fare e mi ritrovo a scrivere HOT MINUTE Vol. 3 nell’arco di una sera.

Significa che arrivo in studio alle 19.00 ed esco alle 15 di pomeriggio del giorno dopo avendo finito il lavoro. In quelle ore, carico tutto ed esplodo tutto in un momento.

La noia non rappresenta una catarsi. La catarsi avviene nel momento in cui ti attivi e cominci a creare. Nello stato di noia profonda, non esiste meditazione.

Non è uno spazio meditativo in cui studio determinate cose, ma mi riempio talmente tanto di negatività in quello stato che poi necessariamente devo controbilanciare e il tutto va a confluire da qualche parte. Questo mi permette poi una catarsi, però non lo è di per sé. 

Klaus Noir

Cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo disco? Sarà un progetto con più compromessi e logiche di mercato o agirai a briglia sciolta come sempre?

Agirò a briglia sciolta come sempre. Non esistono compromessi, eccetto quello che piace a me. Dunque, se troverete canzoni un pochino più orecchiabili – come ad esempio ROCKSTAR! – sappiate che nasce tutto dal mio gusto personale.

Quello è un pezzo che ho voluto fare perché mi sono divertito; punto e basta. Direi di non aspettarsi nulla, mettere play e lasciarsi guidare dal flusso. 

Stai pensando a qualche feat nel nuovo disco?

Al momento no, sono sempre concentrato molto su di me, poi se dovessero arrivare collaborazioni ben venga, ma non sono il tipo che quando scrive un album pensa già alle collabo da inserire nel progetto.

Punto primo perché quando sei indipendente è anche complesso collaborare con altri artisti e poi capita che magari faccio un pezzo in cui scrivo solo una strofa e poi ne lascio un’altra libera perché magari ci vedo bene tale artista e provo a chiedere la collaborazione, ma nel frattempo scrivo la seconda strofa nel caso in cui il feat fallisce.

Ecco, in quel caso, spesso mi tengo il pezzo rifinito da me perché mi piace come viene fuori. Per me collaborare è complesso.

Ho fatto pochi feat nella mia carriera. Però, nulla toglie che vorrei tanto collaborare con i miei artisti preferiti. 

Nell’EP critichi Esse Magazine. Sui media che si occupano di rap italiano, ti chiedo: come valuti il comportamento dei magazine? Sono troppo schiavi dei numeri, dei follower e del risultato?

Ci sono magazine e magazine, ovviamente. Esse Magazine secondo me è un po’ come la TV berlusconiana degli anni ’90: per guadagnare, prende tutto ciò che va di moda.

C’è un rincoglionimento di massa perché poi si rendono conto che ciò che passa su Esse Magazine è il trend.

Esse sceglie il filone, ma dovrebbe far riflettere già solo il fatto che un magazine che dovrebbe occuparsi di rap, la maggior parte delle volte parla di tutt’altro, di cose che non c’entrano niente col rap.

Questo ti fa comprendere e capire quanto sia poco serio. Oltre al fatto che su Esse vedo dei post che sono palesemente delle marchettate nei confronti di chi paga.

Per me è veramente una cosa assurda, assolutamente incredibile. Se questo genere (il rap) è nato come un’esaltazione della vita di strada in senso positivo – ovvero che se sei in mezzo alla street, non sei l’ultimo degli stronzi e puoi riuscire anche tu nella vita a combinare qualcosa – va di per sé che si parla di non avere cash o di essere ai margini.

Qui invece per essere spinto devi addirittura pagare. Non è un controsenso vergognoso? Mi sembra una contraddizione enorme.

Molte volte vedo dei magazine che spingono determinati progetti perché ci sono palesemente degli interessi dietro. Ed è una roba rivoltante.

Non va bene, poiché esistono tanti artisti bravi, ma che magari non scendono a compromessi anche per il solo fatto che non hanno i mezzi per farsi pubblicità.

Molti rapper forti, non hanno soldi da investire perché già ne spendono tanti per tirare avanti a campare e quindi restano sconosciuti dato che non hanno quel millino da regalare alla finta testata giornalistica.

Poi ci sono altri magazine seri. Personalmente sono molto amico de Il Purista. Gli faccio i complimenti: è un ragazzo che spazia tantissimo, quindi non purista per quanto concerne il discorso dell’hip hop, ma lo è nel suo modo di essere e in quello che lui sente.

Difficilmente troverai un post sulla sua pagina che va in antitesi con quello che è il suo pensiero. Non penso che tu possa acquistare la sua libertà di parola.

Il Purista, a volte, si è anche messo contro determinate cose e ha criticato aspramente alcuni rapper, ed è una cosa che io apprezzo tantissimo.

Cioè, quando c’è un progetto che fa cagare, il magazine deve troncarlo perché altrimenti non fa che parlare bene di tutti e male di nessuno. Allora poi va bene ogni cosa.

Poi chiaro che chi è addetto ai lavori lo capisce. Ad esempio, io so benissimo che determinati post su certi progetti, sono costruiti a tavolino.

Palesemente molte volte si tratta del comunicato stampa che è stato preso e incollato lì e poi si fa finta che sia un articolo.

Viene tutto quasi scritto dall’ entourage del rapper. Questa è una vergogna assoluta. Il magazine diventa soltanto un mezzo per ripubblicare uno spazio pubblicitario.

Non si tratta neanche di recensire. È solo pubblicità, punto e basta. E sta roba è troppo confusionaria perché i ragazzi che vanno a leggere poi pensano:” ah, allora se va quello che fa il deficiente al posto di fare musica, mi metto a fare lo stesso anche io e non imparo a creare qualcosa di sensato ed originale”.

Se la pagina IG o il magazine più seguito spingono la fuffa, nonostante la roba faccia cagare, è chiaro che poi chi si approccia al rap pensa di seguire quel modus operandi. Lo considera vincente.

Klaus Noir

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