Rap italiano

Nitro non dorme mai: viaggio nel nuovo universo di “Incubi”

Nitro is back. Non è solo un modo di dire, è un dato di fatto. L’artista di Vicenza torna con “INCUBI” e lo fa da veterano che non ha nessuna intenzione di diventare un personaggio addomesticato. Chi l’ha visto nascere a “Spit” ricorda il samurai del freestyle, affilato e istintivo; oggi quel samurai è diventato un rōnin senza shogun, uno che cammina per conto suo nel mainstream del rap italiano senza cambiare bandiera a ogni hype.

Negli anni Nitro ha accumulato dischi, riconoscimenti e chilometri di strofe, ma soprattutto ha costruito una traiettoria coerente in cui ogni progetto spinge un po’ più in là la stessa ossessione: usare il rap per raccontare il lato storto delle cose, suo e nostro.

“INCUBI” arriva al termine di un percorso che passa per “Suicidol”, “No Comment”, “GarbAge” e “OUTSIDER”, dischi che ne hanno fatto uno dei rapper più completi del paese. Mentre una buona fetta di scena si limita a confezionare singoli pronti per la playlist, Nitro continua a misurarsi con concept pesanti, a incastrare immagini, riferimenti, incazzature, a giocare con i flow senza perdere in densità.

In questo album la sensazione è quella di un cerchio che si chiude e si riapre: ci sono richiami al suo modo di scrivere degli inizi, ma filtrati da un livello di consapevolezza completamente diverso, quello di chi ha imparato sulla propria pelle che crescere non significa addolcirsi, bensì trovare un nuovo modo di stare in mezzo al caos.

Incubi sonori: produzioni, ospiti e contaminazioni

Dal punto di vista sonoro, “INCUBI” è un lavoro che si muove dentro una notte molto precisa: cupa, tesa, ma piena di dettagli. Le produzioni alternano tappeti più rarefatti, in cui la voce rimane quasi nuda e frontale, a momenti in cui subentra una componente più aggressiva, vicina a quel nu metal che Nitro cita apertamente e che lo ha formato fin da ragazzino. “ELON MUSK” è l’esempio ideale di questa tendenza, con l’uso della voce che scivola dalla rappata al cantato e ricerca una ruvidità sporca, figlia di ascolti come Korn e affini, non come citazione nostalgica ma come linguaggio ancora vivo da riattivare.

Le collaborazioni sono scelte per affinità e non per convenienza, e questo si sente. Silent Bob, Sally Cruz, 22Simba, Niky Savage, MadMan, Nerone, Tormento, Salmo: non sono ospiti messi lì per allargare il target, ma tasselli di una stessa visione. Ognuno porta dentro il disco la propria tonalità emotiva, dalla malinconia sporca alla cattiveria lucida, e Nitro li usa come specchi e amplificatori delle sue ossessioni. Ne esce un album che non sembra mai una compilation di nomi, ma un unico incubo collettivo in cui le voci entrano ed escono come personaggi di un sogno agitato.

L’impressione generale è che “INCUBI” sia il punto in cui l’approccio più sperimentale di “GarbAge” e “OUTSIDER” smette di essere ricerca “a sé” e viene riassorbito in una forma più compatta. Nitro ha scavato abbastanza nella contaminazione da potersi permettere di scegliere cosa tenere, cosa limare, cosa riportare a casa. Il risultato è un suono che rimane riconoscibile al primo ascolto, ma non si accontenta mai del pilota automatico.

Dormire non è riposare: il cuore concettuale di “INCUBI”

Il centro vero di “INCUBI” non sono i beat, ma l’idea che li tiene in piedi. Nitro parte da qualcosa di profondamente suo: da sempre fa incubi vividi, dettagliatissimi, che ricorda con precisione quasi inquietante. Dentro quei sogni disturbati riesce a leggere parole, sentire odori, riconoscere melodie; a volte si accorge di essere intrappolato e si “sveglia” a comando, altre volte sposta lo scenario come fosse un regista. Ma l’angoscia resta, e la notte non è mai un riposo: è un altro universo da combattere.

Da qui nasce il concept. Gli incubi come contenitore universale di ansie, paure, fragilità, e allo stesso tempo come metafora di un presente storto: l’ossessione per i numeri, la finta autenticità, il pubblico che si comporta da manager più dei manager stessi. In “Odio Il Rap” questa visione arriva al punto massimo. Nitro non accusa “gli altri”: mette tutti dentro il discorso, anche se stesso.

Artisti senza schiena dritta, major che finanziano la superficialità, pubblico che scambia la musica per un report settimanale. La forza sta nel tono: non moralismo, ma autocritica. Ogni colpo che tira verso l’esterno è accompagnato da uno specchio puntato su di sé.

“INCUBI” diventa così una lente che ingrandisce i paradossi del rap italiano e, ancora di più, della nostra società. Nitro parla del nostro bisogno di performance costante, dei “sorrisi plastici” messi su per intrattenere, del fatto che viviamo tutti con un livello di ansia sotto pelle, ma fingiamo che non esista. Il disco non chiede di essere consolati: chiede di guardare dove fa male.

Ombre, dipendenze, identità: l’equilibrio fragile dell’essere umano

Accanto al discorso sociale, “INCUBI” porta avanti un’indagine tutta interiore. Nitro ammette senza filtri la propria natura dipendente, bulimica nelle passioni e nelle ossessioni. Non propone il solito mantra del “smettere”: anzi, ribalta il concetto. Per lui la cura non è reprimerci, ma accettarci. Trasformare la rabbia e le pulsioni in qualcosa che costruisce invece di distruggere. La musica diventa una valvola che gli permette di non esplodere verso l’esterno né verso sé stesso.

Da qui nascono brani come “Macerie”, che affondano nel buio personale per poi risalire verso una consapevolezza nuova, o “Limousine”, che osserva la gabbia dorata del successo e smonta l’illusione che ricchezza e visibilità possano riempire un vuoto più antico. Nitro non offre soluzioni, ma processi: capisci che il mostro non lo batti negandolo, lo batti guardandolo fisso negli occhi.

Il tema della libertà torna continuamente. Per Nitro è la capacità di bastare a se stessi, di non essere costretti a comprare, consumare, esibirsi per sentirsi vivi. È un’idea quasi spartana, ma coerente con la sua postura da rōnin: restare autentico a costo di perdere opportunità “utili”, perché tradire i propri principi, per lui, sarebbe molto peggio.

In questo contesto, l’omologazione è l’unico vero nemico del disco. Copiare chi è in cima alle classifiche è facile, rassicurante, immediato, ma cancella identità e spessore. “INCUBI” va nella direzione opposta: non addolcisce, non semplifica, non strizza l’occhio. È un album che ti chiede di restare sveglio nel buio, perché il buio è dove capisci chi sei davvero.

Nitro quel lavoro lo fa da sempre. Qui lo fa con una nitidezza che non aveva mai avuto prima.

Selene Luna Grandi

Italian journalist, creative and public relator. I moved to London in 2015 after several years of experience as war correspondent for some Italian Newspapers. I write, promote and I'm involved in projects about Medicine, Health, Urban cultures, Environment.

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