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Noyz Narcos. Il Mostro è in strada: e non è un trailer

Ci sono ritorni che suonano come semplici ripartenze, e poi ci sono ritorni che fanno vibrare l’aria prima ancora che la musica arrivi. Quando Noyz Narcos riemerge dall’ombra dopo tre anni, non è un artista che pubblica un album: è una figura mitologica che riaffiora dal proprio mito, portandosi dietro l’elettricità della storia che ha scritto e il silenzio pesante degli anni in cui si è fatto da parte.

Funny Games è un titolo che già da solo apre una cornice cinematografica precisa: quella dell’incubo che si insinua nella quotidianità, della violenza che invade il salotto di casa senza chiedere permesso, come nel film di Haneke da cui prende il nome. Un rimando mai casuale: Noyz è sempre stato il regista brutale della propria realtà, uno che non filtra, non addolcisce, non usa metafore per proteggere lo spettatore.

Il suo mondo non è un set, è un vicolo. Le sue immagini non sono fiction: sono reportage. E ogni suo ritorno è un avvertimento più che un annuncio.

Il post di Noyz che ha bendato tutti

La comunicazione del disco è stata un’opera di regia in sé. Noyz ha costruito l’attesa con la precisione di chi conosce l’arte del terrore narrativo: prima i trailer (“il mostro è di nuovo in strada”), poi il silenzio calcolato, e infine quel post su Instagram che ha fatto impazzire la timeline.

Un’immagine: tutti i featuring, schierati come personaggi di un gioco perverso, con gli occhi bendati.
Achille Lauro, Guè, Jake La Furia, Kid Yugi, Madame, Shiva, Nerissima Serpe, Conway The Machine, Gast, Papa V. Tutti immobili. Tutti “prigionieri del set”.

La bendatura non è un vezzo estetico: è un richiamo diretto al linguaggio di Funny Games – il film e il disco. È l’idea del carnefice che controlla la scena, dell’incubo che avanza mentre le vittime non possono vedere da dove arriverà il colpo.

E soprattutto: Noyz non si mette al centro del frame. Ci mette gli altri. Lui è fuori dalla foto. Fuori campo. Come il vero antagonista di un horror. Come il “mostro” evocato nei trailer.

In un panorama dove l’annuncio di un album spesso è un carosello di grafiche colorate, lui sceglie un codice visivo duro, disturbante, minimale. Un linguaggio che dice tutto senza spiegare niente.

Funny Games: il mondo, la voce

Ascoltare Funny Games è come entrare in una casa dove la luce non è mai davvero accesa. È un disco che non si limita a riprendere ciò che Noyz ha sempre fatto bene: lo estremizza, lo ricodifica, lo affina con una freddezza quasi chirurgica. La prima cosa che colpisce è la voce, più scura e scavata che mai, ma al tempo stesso più controllata. Noyz non si affanna, non corre, non deve dimostrare nulla: graffia quando vuole graffiare, sprofonda quando vuole sprofondare, e lascia che il timbro faccia il lavoro narrativo di un intero film.

Tecnicamente sembra aver trovato un nuovo equilibrio: le chiusure sono secche come colpi di pistola, il flow non è più soltanto una scarica di adrenalina ma una camminata lenta, minacciosa, di quelle che fanno più paura di qualcuno che urla. La sensazione è che abbia eliminato tutto il superfluo. Non c’è ostentazione: c’è densità.

L’apertura con Ultimo Banco prepara subito l’atmosfera. Beat essenziale, tensione che sale piano, lui che entra con un tono quasi da narratore omnisciente. Poi arrivano John Belushi e Back Again, dove la sintesi Sine–Noyz dà il meglio: synth dissonanti, bassi che pulsano come un cuore malato, atmosfere che sembrano uscite da un neo–noir anni ’90. Lì Noyz non racconta: interroga la realtà, la sfida. Sembra parlare direttamente allo spettatore del film di Haneke, rompendo la quarta parete del rap italiano.

I featuring si incastrano a questo impianto con una precisione inquietante. In Il Mio Amico, Kid Yugi appare come il complice perfetto: cupo, chirurgico, quasi la versione giovane del protagonista del disco. Madame in Sniper porta un’energia anomala, tagliente, come una voce che arriva dall’angolo buio della stanza. In Drugstore Guè si muove con eleganza tossica, perfettamente a suo agio nel ruolo di co–protagonista di un crimine che nessuno vuole raccontare ma tutti vogliono ascoltare.

E poi Celebrità con Papa V e Nerissima Serpe: un momento in cui il disco si apre, ma non per respirare—piuttosto per mostrare lo smog. O Pazza Idea con un Achille Lauro sorprendentemente trattenuto, quasi stropicciato, che scivola su un beat glaciale mentre Noyz porta l’emozione su un piano disturbante, anti-romantico, perfettamente coerente col concept.

Sul piano tematico, Funny Games è una lastra ai raggi X. C’è la violenza, certo—ma non è decorativa. È funzionale alla struttura emotiva: un modo per spiegare l’ansia, la paranoia, l’odore dell’asfalto caldo sulle notti romane, i sorrisi che non sai mai se sono veri o un’altra mossa del “gioco”. C’è la disillusione , c’è il rapporto conflittuale con la fama, c’è la spiritualità deviata, ci sono i rimpianti e il senso di colpa che torna quando meno te lo aspetti.

Ed è qui che la citazione cinematografica diventa centrale: Haneke nel suo film mostrava come l’orrore nasce dal quotidiano. Noyz fa lo stesso. Funny Games non è un concept album, ma ha la coerenza dei film che non hanno bisogno di un eroe. La casa, i corridoi, il salotto: tutto diventa scena. Il rap non è più solo suono: è spazio.

Il risultato è un disco che non cerca il consenso: cerca la presenza. Un lavoro che non si ascolta per passare il tempo, ma per sentire la temperatura dell’aria cambiare intorno. Noyz è tornato, sì. Ma non da dove lo avevamo lasciato. È tornato da un luogo più profondo.

Selene Luna Grandi

Italian journalist, creative and public relator. I moved to London in 2015 after several years of experience as war correspondent for some Italian Newspapers. I write, promote and I'm involved in projects about Medicine, Health, Urban cultures, Environment.

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