Peter Wit: “Ho smesso di fingere. Questo disco è la mia verità”

In un momento storico in cui la nuova scena milanese corre veloce, Peter Wit sceglie di rallentare, respirare e guardarsi dentro. “Giovani d’Oggi” – il suo nuovo album per Payback Records, in uscita il 28 ottobre – non è solo un progetto discografico, ma una presa di posizione netta: mettere da parte l’egotrip per raccontare senza filtri il malessere, la pressione sociale e quella “insoddisfazione costante” che segna un’intera generazione.
Classe 2004, “mitraglietta” true school diventata negli anni uno dei nomi più solidi dell’underground milanese, Peter Wit arriva a questo progetto con un bagaglio pesante di tecnica, collaborazioni importanti e un vissuto che ha cambiato il suo modo di stare sulla traccia. Dieci brani prodotti da Azukori e Neazy Nez, con il contributo di DJ MS, costruiscono un suono classic ma carico di introspezione: un terreno ideale per un artista che oggi vuole capire chi sono davvero i giovani d’oggi e perché, spesso, si sentono così distanti da tutto.
In questa intervista, Peter Wit racconta il momento esatto in cui ha deciso di non mollare, il lato tossico dei social che ha voluto denunciare, la rinuncia alla corazza dell’ego e il cammino che lo ha portato a trovare una nuova versione di sé.
“Giovani d’Oggi” nasce da un periodo buio, quasi di resa. Che cosa ti ha fatto dire: “Ok, non mollo. Questo disco lo devo scrivere”? Qual è stato il momento di rottura?
Ad essere onesto erano mesi che il mio manager mi ripeteva di dedicarmici ma io non ne volevo sapere…diciamo che mi stavo dedicando ad altro. Credo che il vero punto di rottura sia stato la morte di una persona a cui volevo tanto bene.
Quella notizia mi ha fatto davvero riconsiderare tutto quello che stavo facendo, mi ha fatto capire che di tutto ciò che mi circondava la musica era l’unica cosa che potessi dare per certo, oltre che l’unica cosa che mi interessasse davvero.
Hai scelto di sacrificare l’egotrip per mostrare fragilità e insicurezze. Quanto è stato difficile rinunciare a quella corazza che, per un rapper, è quasi un’arma professionale?
Davvero per niente. Ho tirato fuori una parte di me che comunque c’e sempre stata, anche se mai sotto riflettori. Affrontare tematiche più intime per me e stato davvero terapeutico, sono i pezzi che ho scritto in maniera più impulsiva.

Parli del peso dei social e del confronto costante. Qual è, secondo te, l’effetto più tossico che le nostre generazioni subiscono e che volevi denunciare nel disco?
Purtroppo, credo che la cosa peggiore che ne deriva sia quel “costante senso di insoddisfazione”, essendo bombardati dalle immagini della vita degli altri non si riesce, e parlo per me in primis, ad essere contenti per ciò che si ha o si ha la possibilità di fare. È come il famoso detto sull’erba del vicino, solo che un giovane oggi ha un numero spropositato di vicini da invidiare.
Azukori, Neazy Nez e il contributo di DJ MS creano un ambiente sonoro molto coerente. Che tipo di “mood” avete cercato durante la costruzione del suono? C’è stato un momento in studio che ha definito la direzione del progetto?
Guarda, a dirla tutta questo disco non è nato in studio, è nato in camera mia. La scelta delle strumentali all’interno dei miei progetti è una cosa di cui mi sono sempre occupato da solo, affidandomi al mio gusto.
Avevo selezionato dei beat tra quelli che mi avevano messo a disposizione Nez e Ale, ed erano tutti sicuramente con un’impronta più classic. Il contributo di MS è arrivato quando il disco era già chiuso, io sapevo che in quei due pezzi ci volevano per forza degli scratch e tramite il mio manager abbiamo concluso la cosa.
Il tipo è un King vero e ha colto in pieno quello che volevo per il mio disco, lo saluto calorosamente. Nel complesso, volevo fare esattamente quello che ho fatto. Avevo le idee chiare.

In passato eri una “mitraglietta” true school, zero fronzoli. Come convivono oggi la tua anima tecnica e quella più introspettiva che porti nell’album?
Lo sono ancora. Per questo disco semplicemente mi sono voluto aprire un po di piu, ma non smetterò mai di essere entrambe le cose. Possiamo dire che il peter più “mitraglietta” è quello che esce quando scrivo senza impegnarmi più di tanto in freestyle, mentre quello più introspettivo esce quando faccio dei pezzi più ragionati, con un concept o in cui comunque decido che vorrei affrontare determinate tematiche.
Il titolo “Giovani d’Oggi” è un manifesto generazionale. C’è una frase, un’immagine o un episodio della tua vita recente che più di tutti rappresenta questo malessere collettivo?
Mi viene in mente tra tutte “c’è chi urla fino a perdere la voce e chi mormora e un costante senso di insoddisfazione ci logora”. Come detto in precedenza, noto in me e nelle persone che ho vicino, che vediamo tutti le stesse cose, riceviamo tutti gli stessi input ed è difficile anche solo ricevere una notizia e parlarne con qualcuno che non abbia già visto a sua volta una miriade di post a riguardo. l’insoddisfazione nasce dal momento in cui una persona ha un interesse.
Ad esempio, io faccio musica. Ovviamente i miei social saranno pieni di post di altre persone che fanno quello che faccio io. Non c’è la benché minima possibilità che possa essere in qualche modo costruttivo o comunque formativo per me vedere le storie in backstage del rapper gigantesco di turno che flexa il suo stile di vita. Questo porta tutti i più piccoli a voler emulare quella roba, e quindi anche l’ultimo dei coglioni vuole far vedere di condurre un determinato stile di vita seguendo certi dogmi e scimmiottando un po lo “status”.
Quindi il ragazzo in questione diventerà schiavo di questa cosa, e persino i suoi amici non lo prenderanno sul serio se deciderà di non farlo. Ecco per me questa roba è il male. Perché poi si può applicare a chiunque in qualsiasi ambito, qualsiasi passione abbia un ragazzo, inevitabilmente si troverà in questa situazione. Poi oh, datemi del complottista ma io la penso cosi. E penso che l’unico modo per sfuggire a questo circolo vizioso sia avere delle idee, informarsi sulle cose e ragionare con la propria testa.

Hai una storia di collaborazioni importanti, da Egreen ai produttori milanesi più forti della nuova ondata. Cosa hai imparato da loro che ti ha aiutato proprio in questo momento di crisi di identità artistica?
Ho collaborato sempre con persone verso le quali nutro una profonda stima e rispetto. C’è con tutti un rapporto di amicizia, e la cosa che mi è sempre stata ribadita è di seguire il mio istinto e fare sempre ciò che io credo sia meglio. Un altra nozione importante, per la quale devo ringraziare Nicolas, è che l’ossessione batte il talento, sempre. Ed avere entrambi è una fortuna da non sprecare.
Guardando ai tuoi progetti passati – da Simba Is The Future a SP14 – cosa credi che il Peter Wit del 2021 direbbe al Peter Wit di oggi dopo aver ascoltato questo disco?
Credo che sarebbe molto fiero, che gli direbbe che è solo l’inizio. Che ne ha fatta tanta di strada, ma che è appena cominciata ed è tutta in salita. Di non abbassare mai la guardia.
Che glielo aveva detto che aveva tutte le carte in regola e che per la prima volta ha dimostrato a tutti quanto questa cosa sia vera. Di non mollare perché per una soddisfazione arrivano sempre 10 delusioni, e che ormai dovrebbe saperlo.
Di andare dritto per la sua strada perché solo loro due sanno quanto ci è voluto per arrivare a questo punto, e sarebbero d’accordo sul fatto che è meglio morire che lasciare perdere.
Fotografie a cura di Alberto Galli e Riccardo Libralon




