Interviste

Prhome presenta il progetto “Io sono Unico” fra Rap e disabilità

Prhome è un artista che da anni porta il rap fuori dai confini del palco, trasformandolo in uno strumento educativo, sociale e umano. Con Io Sono Unico, progetto nato all’interno della Cooperativa Uguali Diversamente di Rovigo, Prhome ha costruito un laboratorio in cui la musica diventa spazio di parola, identità e presenza per ragazzi con disabilità cognitive.

Un percorso che non si limita alla performance, ma mette al centro l’esperienza: lo studio di registrazione portato direttamente nel laboratorio, il confronto con il microfono, il tempo dell’ascolto, fino alla realizzazione di un videoclip capace di restituire verità senza retorica.

In questa intervista Prhome racconta il cuore del progetto, ciò che ha imparato come educatore e come artista, e il modo in cui la cultura hip hop continua a insegnare inclusione, autenticità e valore della differenza.

“Io Sono Unico” nasce in un contesto educativo molto specifico. Prhome, qual è stato il momento esatto in cui hai capito che questo progetto doveva diventare qualcosa di più di un semplice laboratorio?

Ho capito che “Io Sono Unico” doveva diventare più di un laboratorio in un momento molto preciso:
 quando ho visto i ragazzi aspettare il loro turno per registrare.

Non era più un’attività da fare insieme: ognuno di loro voleva davvero entrare davanti al microfono, dire la sua, prendersi il proprio spazio. E questo, per chi vive quotidianamente situazioni di fragilità, è un passaggio enorme.

In quel gesto ho visto autonomia, desiderio, presenza. Ho capito che stavamo creando un luogo in cui non erano “accompagnati”, ma protagonisti.

Da lì è stato naturale pensare che quel percorso andava raccontato, perché ciò che stava accadendo meritava di essere visto anche fuori da quella stanza.

Prhome, nel lavorare con ragazzi con disabilità cognitive, il linguaggio del rap può sembrare una sfida. Invece qui diventa un ponte. Cosa hai scoperto, come educatore e artista, osservando il modo in cui loro si sono appropriati delle parole e del ritmo?

Il rap, per quanto possa sembrare “difficile”, in realtà è il linguaggio più naturale che potessero incontrare. Perché il rap non ti chiede di essere perfetto, ti chiede di essere presente. E loro, quando sono dentro un ritmo, lo sono completamente.

Come educatore ho capito che il linguaggio non è mai un ostacolo: l’ostacolo è il modo in cui noi adulti lo immaginiamo. Come artista ho visto che i ragazzi entrano, provano, sbagliano, riprovano. E in questo c’è una verità che a volte noi rapper perdiamo per strada. Il rap, con loro, torna alla sua natura più pura: un posto dove puoi essere te stesso senza dover assomigliare a nessuno.

L’allestimento dello studio mobile è un gesto che va oltre la logistica: è portare il “mondo della musica” dentro il loro spazio quotidiano. Che cosa ha significato per loro — e per te — vedere quel microfono e quella strumentazione prendere vita nella sala del laboratorio?

L’allestimento dello studio mobile è stato un punto di svolta. Non era solo mettere un microfono e due cuffie: era portare un mondo dentro il loro mondo. Quando Hezell ha montato tutto — il microfono, la scheda, le cuffie, il beat che usciva dalle casse — ho visto nei loro occhi una cosa che non si può fingere:  la sensazione di stare facendo qualcosa di vero.

Per loro quel set improvvisato significava una cosa sola: “Quello che stiamo facendo vale. Vale abbastanza da montare uno studio qui, per noi.” E questo cambia tutto. Hanno iniziato a muoversi diversamente nella stanza, a parlare meno, a guardare il microfono come si guarda una porta che sta per aprirsi.

Per me, invece, è stato un reminder potente: la professionalità non sta nelle pareti insonorizzate, sta nel rispetto che dai a chi hai davanti. Montare lo studio lì, nella loro sala, voleva dire: “Meritate la stessa dignità di chi registra in uno studio vero.” E loro, quella dignità, se la sono presa tutta.

La base di “Thunder” degli Imagine Dragons è una scelta simbolica. Se dovessi descrivere in una frase il modo in cui quel beat ha cambiato il modo di raccontarsi dei ragazzi, quale sarebbe?

Con ‘Thunder’ non stavano più raccontando: stavano affermando chi sono.

Durante il percorso, qual è stato il momento che ti ha spiazzato di più — qualcosa che non ti aspettavi Prhome, che ti ha insegnato o ricordato qualcosa sull’essere artista oggi?

Il momento che mi ha spiazzato di più è successo durante le riprese del video. Marco aveva appena finito la sua scena. Non c’erano cuffie, non c’era musica nelle orecchie, c’era solo lui davanti alla camera, con tutto il peso e l’emozione del momento.

Si è avvicinato, mi ha guardato con una sicurezza che non gli avevo mai visto e mi ha detto: “Posso rifarla? Secondo me posso farla meglio.”

In quella frase c’era tutto: non la paura di sbagliare, non il bisogno di compiacere qualcuno, ma una cosa che per me vale più di mille tecnicismi: la consapevolezza. Come persona mi ha ricordato qualcosa che a volte dimentico: che l’arte non è performance, ma un atto di sincerità.

“Io Sono Unico” è un titolo che dice tanto, ma dice anche una direzione: riconoscere il valore delle differenze. Quanto pensi che la cultura hip hop, nelle sue radici, possa ancora insegnare questo oggi?

La cultura hip hop nasce esattamente da qui: dalla necessità di trasformare la differenza in valore. Nasce da comunità che non avevano voce, da identità messe ai margini, da persone considerate “fuori posto” che invece hanno creato un linguaggio globale.

Per questo dico sempre che l’hip hop, se lo rispetti nelle radici, è la scuola più grande di inclusione reale.
 Non fa distinzione: se hai qualcosa da dire, hai diritto di stare dentro al cerchio.

Oggi, in un tempo dove tutto viene filtrato, Photoshopato, normalizzato, l’hip hop può ancora ricordarci la sua lezione più antica: che non devi diventare uguale agli altri per valere, ma devi diventare più te stesso.

Prhome sul fronte personale: stai lavorando a nuova musica? Hai progetti discografici in arrivo, EP o album di cui puoi anticipare qualcosa?

Sì, sto lavorando a nuova musica. È uscito da poco il video di “Chicano” e il riscontro è stato davvero forte — sia per il sound che per l’immaginario. Quel brano, per me, è stato una dichiarazione d’intenti:
 un ritorno a certe atmosfere che mi appartengono da sempre.

E proprio da lì sto costruendo il nuovo disco.

Non voglio anticipare troppo, ma posso dire che il progetto ripercorrerà quel mood:
 sonorità West Coast, vibrazioni latine, quella miscela di strada, identità e storytelling che in “Chicano” ha trovato una forma nuova.

È un disco che parla di radici, ma anche di crescita. Un lavoro che unisce la mia narrativa di sempre con una produzione più moderna e cinematografica.

Sto scrivendo molto, sto selezionando beat e collaborazioni, e l’obiettivo è chiaro: un progetto solido, riconoscibile e coerente con la mia identità artistica.

True Life è sempre stata molto più di un’etichetta: è un contenitore culturale, un’identità. A che punto siete e quali direzioni prenderà nel 2026?

True Life è sempre stata più di un’etichetta: è un’identità culturale. Rappresenta tra le varie cose la mia visione, la mia storia, l’incontro tra West Coast, strada e territorio.

Nel 2026 la direzione è chiara e si muove su tre fronti:! Musica: True Life continuerà a essere la casa dei miei progetti. Il nuovo disco nasce proprio da questa identità: West Coast, radici latine e coerenza artistica. Cultura ed educational: Voglio portare dentro True Life tutto il lavoro che sto facendo con le scuole, le comunità e i laboratori. Deve diventare un ponte reale tra arte e persone. Streetwear: Il brand crescerà con nuove capsule e una linea ancora più legata allo stile Los Angeles filtrato attraverso la mia esperienza italiana.

True Life non è una moda. È un modo di stare al mondo — e nel 2026 voglio che questo sia ancora più evidente.

Federico

Steek nasce in un piccolo paesino della Sardegna negli ’80 per poi emigrare con la valigia di cartone e una sfilza di dischi hip-hop nella capitale. Durante la seconda metà degli anni ’90 viene folgorato dalla cultura hip hop in tutte le sue forme e discipline, dapprima conoscendo il rap Made in USA, arrivando poi ad appassionarsi al rap Made in Italy grazie ad artisti storici, quali: Assalti Frontali, Otr, Colle der fomento, Sangue Misto e molti altri. Fondatore della page “Il Rappuso” che lo porta a collaborare con tutta la scena rap underground italiana, mette la sua voce e la sua esperienza al servizio di LOWER GROUND con la trasmissione che prende il nome dalla sua creatura “IL RAPPUSO”.

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