Sick Budd: dal BISTRO! dell’underground al menu del mainstream. Intervista

Sick Budd è fuori con BISTRO! primo progetto discografico di un producer versatile, capacissimo di muoversi dall’underground al mainstream, senza snaturare la sua essenza. La flessibilità con la quale Sick Budd riesce a confrontarsi con contesti così diversificati nelle intenzioni, lo identifica come un performer in grado di gestire la pressione.
Le straordinarie competenze di Sick Budd fanno sì che le esigenze spesso contrastanti del mainstream e l’underground, trovano un equilibrio perfetto in BISTRO! Lo studio, la conoscenza e la dedizione del produttore sono un must che può essere appreso ascoltando non solo questo progetto, ma anche tutti i lavori già editi.
Gli ospiti coinvolti nel progetto sono: 22Simba, IL GHOST, Jake La Furia, Joshua, Kuremino Massimo Pericolo, Mezzosangue, Mondo Marcio, Nitro, Pessimo 17, Praci, Silent Bob, Speranza, Vegas Jones.
Alla tracklist in digitale, si aggiungeranno i brani col feat. di Marte e Ensi e quello con Dani Faiv, Ernia e Renè. Ho avuto la bellissima opportunità di intervistare Sick Budd ed approfondire BISTRO!. Prima di passare alla lettura dell’intervista, schiaccia play e goditi il viaggio!
Ciao Sick Budd e benvenuto! BISTRO! è il titolo del tuo primo progetto in solitaria. Da dove nasce il titolo dell’album e cosa rappresenta per te?
Il titolo nasce da una conversazione avuta con Silent Bob. Lui ha tirato fuori il nome e io sono riuscito a collegarlo a tutto il mio viaggio, come se si fosse accesa una lampadina.
Non essendo un disco con una narrativa fatta di parole, ma di suoni, avevo bisogno di qualcosa che potesse rappresentare il “menù” che avevo in testa.
Non c’era un titolo più adatto e soprattutto sono riuscito a trovare il collegamento con un grosso classico, ovvero il pezzo di “Madvillainy“.
Inoltre, essendo un viaggio molto estetico, sia a livello musicale, sia a livello grafico, volevo che il titolo avesse un bell’impatto grafico da cui la scelta di utilizzare la forma americana con l’accento.
Il disco è influenzato da Madvillainy, prodotto che è riuscito a sfondare nel mainstream, pur non scendendo a particolari compromessi. Qual è il segreto per raggiungere questo particolare intento?
L’ispirazione a questo disco non è diretta, o meglio, non ho cercato di riproporre qualcosa che suonasse simile: è proprio l’idea del viaggio che mi affascina.
Non ho idea di quale sia l’ingrediente, perché il mio disco ancora non ha sfondato nel mainstream, però posso dirti che per fare un disco fatto bene serve il “gusto”.
Il punto di partenza di tutto questo viaggio è stato trovare il giusto compromesso musicale tra qualcosa di attuale e qualcosa di più personale che rappresentasse il mio background di ascolti.
Il mio intento era quello di creare una traccia del mio percorso musicale tra passato e presente sfruttando idee musicali dagli anni 60 ad oggi.

L’album prende ispirazione anche da Quentin Tarantino, un regista estremamente camaleontico ed eclettico. Qual è il tratto distintivo più importante per mantenere una versatilità credibile?
Probabilmente l’unico modo è stato partire da un’identità sonora e poi svilupparla in diverse forme, anche quelle più moderne, per non risultare “nostalgico”.
Non ho mai trovato nessuno che “campionasse” come Tarantino ha fatto nella sua filmografia. Prendeva spunto da tutto quello che era stato girato molti anni prima per realizzare qualcosa di totalmente attuale. Per me è follemente uguale al mondo rap.
BISTRO! è new classic, un progetto che attinge dalle radici, ma vuole rinnovarsi e risultare attuale. Come hai trovato l’equilibrio tra il background hip hop e un sound moderno?
Ho trovato l’equilibrio mischiando gli elementi in maniera del tutto spontanea, senza seguire troppo i canoni dell’uno o dell’altro. L’idea è di portare qualcosa di classico e renderlo super attuale, in modo da portare avanti un’idea di cultura hip hop nel suono che possa essere compresa anche da qualcuno di più giovane.
Il tuo suono non cerca il consenso della classifica, ma premia qualità e knowledge. La ricerca che compi per costruire i tuoi beat è istintiva, scientifica o emozionale?
Penso che possa essere un misto di tutte e tre le cose. Ho bisogno dell’istinto e dell’emozione del momento, così come di uno studio alla base.
Non ho deciso a tavolino che beat sarebbero usciti fuori, ma avendo una serie di citazioni in testa, sono riuscito a mischiarle con il lato creativo del momento.
Infine, sono riuscito a collegare ogni cosa al mio background e alla narrazione che volevo tenere. Bisogna mantenere l’istinto della creazione (sperimentando anche in modo “ignorante”, eventualmente), il bagaglio di studio e ascolto musicale e il ricordo di tutto quello che abbiamo ascoltato che ci ha fatto emozionare.

Gli ospiti coinvolti hanno concesso molta importanza al comparto testuale, aspetto non scontato in un producer album. Da cosa scaturisce questa caratteristica? Hai contribuito alla scelta contenutistica dei vari rapper?
A volte ho cercato di indirizzare la scelta solo per essere coerente al mood del brano, ma ho sempre lasciato ampia libertà, perché il beat che davo io era già una direzione.
Ho lasciato scegliere le strumentali proprio per dare agli artisti la possibilità di fare qualcosa che solitamente non fanno nei loro progetti.
Probabilmente ho dato suggerimenti per topline e ritornelli, meno per contenuto vero e proprio. L’unica traccia che ho studiato di più è stata “Guardie e ladri”, perché volevo riproporre un’accoppiata storica con una determinata atmosfera.




