SistahEve racconta il suo ritorno con In Caso di Incendio. Intervista

SistahEve, dopo i singoli Di Più o Niente e Nel Cloud torna al centro della scena con In Caso di Incendio, un progetto che non è solo un album ma un vero atto di sopravvivenza artistica ed emotiva. Dopo dieci anni lontana dal microfono, l’artista veronese riaccende la sua voce con una lucidità nuova, trasformando auto-sabotaggio, pause forzate e rinascite in un racconto che brucia piano ma arriva dritto. A guidarla c’è una maturità che non rinnega le origini: quelle radici hip hop che affondano nelle strade di Verona e in un senso di appartenenza che, oggi più che mai, torna a pulsare in ogni strofa.
SistahEve ripercorre il percorso che l’ha portata a ritrovare la propria credibilità senza cercare scorciatoie, rivela i momenti più difficili e i pezzi che l’hanno messa alla prova, e racconta come SonBudo e la sua comunità siano diventati parte integrante di un processo creativo istintivo e sincero. Dall’esplosione emotiva di “Scusa” alla coralità potente di “Duri a morire”, passando per quella “malinconia discreta” che Verona continua a lasciarle addosso, In Caso di Incendio diventa la prova che, quando tutto sembra tremare, la verità è l’unica via d’uscita possibile.
Questa è SistahEve oggi: una MC che ha imparato a raccontare ciò che è, non ciò che vorrebbe essere — e che proprio per questo riesce a parlare a chiunque abbia dovuto attraversare il proprio incendio per tornare a respirare.
“In caso di Incendio” è un titolo fortissimo: qual è stato l’incendio personale più difficile che hai dovuto spegnere prima di arrivare a questo disco SiatahEve?
Il vero incendio che ho dovuto spegnere è stato quello della mia tendenza all’auto-sabotaggio. Non è stato un evento drammatico, ma un lungo e lento bruciare dentro la mia testa. C’era questa idea, questo disco, che sentivo essere la cosa più importante e onesta che potessi fare. A un certo punto non ho avuto scelta che essere onesta con me stessa e darmi da fare.
Come si è evoluta SistahEve dai primi banchi della scena veronese al progetto maturo che sentiamo oggi?
L’evoluzione è stata un viaggio lungo e, soprattutto, necessario. Ai ‘primi banchi’ della scena veronese, l’energia era pura e grezza. Eravamo spinti dall’urgenza di farci sentire, la musica era un modo per stare insieme e lasciare un segno in città.
Il vero punto di svolta è stato il lungo periodo di pausa. Quella che sembrava una distanza dal microfono è stata, in realtà, un’immersione nella vita vera, famiglia, lavoro, esperienze personali profonde.
Quando si è giovani, si rappa ciò che si vuole essere. Dopo un po’ di anni, si rappa ciò che si è.
Ho messo la musica in pausa per un bel po’, ma la penna e il cervello hanno continuato a lavorare, accumulando esperienze e lezioni.

SistahEve, il disco ha un equilibrio raro tra pezzi melodici e tracce più crude: come hai lavorato con SonBudo per costruire questa doppia identità?
Non c’era uno “schema” o un progetto predefinito, man mano che i pezzi uscivano la cosa si sviluppava, quasi si stesse autoalimentando. Il risultato è semplicemente lo specchio della verità. Se ci penso in effetti è anche lo specchio della mia vita.
In Duri a morire siete tantissimi: com’è stato dirigere e incastrare così tante personalità senza perdere il focus del brano?
Ahahah semplicissimo, io non ho dovuto fare praticamente nulla! Un bel giorno sono entrata in studio e SonBudo mi dice “Ti faccio sentire una cosa.”
Parte il beat di quello che in seguito sarebbe diventato “Duri a morire “, e tutti i miei amici avevano già registrato le loro barre senza che io lo sapessi o avessi dovuto chiederlo.
È stato veramente un momento commovente, mi sono sentita orgogliosa, la me quindicenne non avrebbe potuto ambire a tanto. L’ho sentito come una prova di ciò che ho seminato in tutti questi anni.

C’è un pezzo dell’album che ti ha “spaccata” più degli altri mentre lo scrivevi?
Una prova che ho dovuto affrontare è stata quando mi sono resa conto che dentro di me avevo un pezzo che continuava a bussare per uscire.
Non era previsto, è praticamente esploso e basta. Il pezzo in questione è “Scusa”, nel quale perdono a me stessa tutta una serie di cose che appartengono alla mia vita passata o attuale.
È stata davvero una delle cose più difficili che abbia mai fatto, a livello emotivo mi è costato tanto lavoro, e mettere a nudo aspetti così personali e irrisolti mi è costata molta fatica.
Ma dovevo farlo per me, non ho avuto scelta.
SistahEve, Verona è molto presente nella tua storia: quanto influisce ancora sul tuo modo di scrivere?
È vero, Verona è la mia radice e inevitabilmente continua ad influire il mio modo di scrivere e di vedere le cose. Oggi è più una sorta di malinconia discreta, di genuinità tagliente, di speranza per il futuro, tutti aspetti che respiro ancora oggi quando cammino per le strade. Credo e spero che si sentirà sempre da dove provengo, significa che racconto il vero.

Dopo dieci anni di stop, come hai ritrovato la tua voce senza perdere credibilità nella scena?
Ritorno a un processo creativo dopo dieci anni è stato, ammetto, un salto nel vuoto. La paura di aver perso il treno o di non essere più rilevante nella scena era reale. Ma proprio questo timore mi ha spinto a non accontentarmi. La credibilità, secondo me, non si basa sulla presenza costante, ma sulla verità di ciò che offri.
Cos’è per te oggi l’essere MC, dopo questo disco?
Non lo so è come se finalmente dopo tanto tempo io fossi riuscita a guadagnarmi quello che volevo.
Ho all’attivo davvero poco di concreto sulla carta, nonostante io viva nell’hip hop e abbia continuato a scrivere e militare nella scena per tutto il tempo.
Adesso esisto anche per tutti gli altri e non solo per me. Questo mi da ancora più voglia di continuare su questa strada, sento che dopo tutto questo tempo è un modo per continuare a crescere, sia a livello musicale che umano.




