Tèmpora è un rischio: EN?GMA e la voglia di uscire dai canoni del rap

Con Tèmpora, EN?GMA costruisce un disco che non si limita a parlare del tempo: lo abita, lo attraversa, lo deforma. Dopo anni di percorsi artistici, cambi di pelle e cerchi da chiudere — o da lasciare aperti per scelta — il rapper sardo torna con un progetto che è insieme confessione e architettura sonora, una raccolta di frammenti che diventano universalità.
Il tempo qui non è solo un concetto astratto, ma un luogo vero e proprio: sospeso, bianco, a tratti rarefatto come la copertina che lo ritrae minuscolo in un vuoto metafisico, e allo stesso tempo pulsante, vivo, scandito da casse che riportano al presente.
In Tèmpora convivono attese, crolli, ripartenze e memorie, ma soprattutto una consapevolezza nuova: quella di un artista che non ha paura di mostrarsi incompiuto, vulnerabile, imperfetto. Il racconto si fa cinema (“Due Tute”), si fa nebbia e densità (“Nebbia & Caffè”), si fa ricordo e visione.
L’equilibrio tra introspezione e tecnica diventa chirurgico, ma mai studiato: è istinto puro, dice lui. È il risultato di un periodo in cui la musica non ha solo dato voce al caos, ma lo ha rimesso in ordine, chiudendo porte e aprendone altre.
Ho avuto il piacere di parlare con EN?GMA di vuoti che diventano rifugi, di metriche che scelgono di rallentare, di imperfezioni che umanizzano un racconto. E soprattutto del futuro: cosa si rischia davvero quando ci si mette davanti allo scorrere del tempo.
La cover di “Tèmpora” ti ritrae minuscolo dentro un’enorme distesa bianca, quasi inghiottito dal vuoto. È come se il tempo fosse uno spazio che ti sovrasta. Quanto è voluta questa sensazione di “piccolezza” rispetto all’infinito? E soprattutto: nel tuo processo creativo, il silenzio e il vuoto sono alleati o nemici quando devi trovare la barra giusta?
Silenzio, vuoto e solitudine sicuramente grandi alleati della mia vita in generale, ho imparato a “farmeli amici” e a governarli. La sensazione che dici, più che piccolezza, è quella di uno spazio “neutro” dove passato, presente e futuro si intersecano.
In “Tèmpora” il sound sembra vivere in una tensione continua tra atmosfere rarefatte e colpi di cassa che arrivano come promemoria del presente. Com’è stato costruito questo impianto sonoro? Hai cercato di “dilatare” il tempo attraverso le scelte di produzione o è stato il tempo, con quello che stavi vivendo, a dettare la struttura dei beat?
Il disco è stato costruito involontariamente in maniera lenta, nel senso che nelle varie attese che ho avuto per trovare il giusto modo di far uscire le robe, ho continuato ad accumulare brani. Questi brani sono tutti figli di un periodo e si sono ritrovati fraterni senza saperlo.
Parli spesso di “chiudere cerchi” e “aprire porte”. Nella tua scrittura, qual è il cerchio che non riesci ancora a chiudere e che rischia di diventare il tuo “eterno ritornello”?
Credo di essere un eterno incompiuto, quindi francamente non ho un cerchio specifico da chiudere in tal senso. Però posso dire di essere alla ricerca costante dell’equilibrio tra la profondità e l’incisività della scrittura, con la musicalità.

Rispetto all’epoca Machete, sembra che la tua metrica oggi punti più a scavare che a colpire. C’è un momento preciso in cui hai capito che la tua penna doveva rallentare per diventare più affilata?
Credo che ogni cosa abbia il suo tempo e che abbia un suo contesto. Per fare l’esempio di questo mio anno, c’è stato il momento di Kloaka dove sono stato più affilato, e ora è il momento di Tèmpora dove sono più intimo e romantico.
“Due Tute” porta un immaginario molto cinematografico. Se potessi scegliere solo un regista per trasformare “Tèmpora” in un film, chi chiameresti?
Rifacendomi ad ARRIVAL di Villeneuve, direi lui.
In “Tèmpora” l’equilibrio tra introspezione e barra tecnica è chirurgico. Qual è l’esercizio creativo o mentale che fai per mantenere questo bilanciamento senza scadere né nel didascalico né nel puro esercizio di stile?
A mio avviso, non ci deve essere trucco o esercizio in questo caso. Dev’essere istinto puro, naturalezza, genuinità ed espressione grezza del proprio talento.
Il tempo, per chi rappa, è anche tempo metrico. Hai mai rotto volontariamente una struttura ritmica “perfetta” per far emergere del vero, del vissuto, anche a costo di sporcarsi?
Prendendo esempio un brano molto rappresentativo del disco come “Nebbia e Caffè”, direi che a volte essere un po’ imperfetti può donare quella naturalezza di cui sopra e “umanizzare” un racconto.

Dopo 15 anni di carriera, collaborazioni pesanti e vari strati di te che hai già mostrato, qual è la parte che ancora ti spaventa far ascoltare? Cosa rischi davvero quando pubblichi “Tèmpora”?
Diciamo che ho voglia di uscire dai canoni del rap ed esplorare più seriamente altri generi. Mi spaventa da una parte ma credo che potrebbe essere la mia chiave di volta dall’altra. Vedremo.
Se potessi lasciare un messaggio al “te” del 2010, quello che saliva sul Machete Mixtape, cosa gli diresti riguardo allo scorrere del tempo? E soprattutto: ti ascolterebbe?
Gli direi di godersi maggiormente il momento e di viversi la sua età senza “invecchiarsi”. Credo proprio che mi ascolterebbe.
*** Le foto sono di Davide Ruggeri




