Interviste

Il Rappuso: intervista a Kaso

Una settimana fa vi abbiamo parlato di “Funziona”, il nuovo album di Kaso che sancisce il suo ritorno sulla scena rap italiana. Dopo essere rimasti positivamente impressionati del suo nuovo disco, abbiamo deciso di scambiare due chiacchiere con Kaso stesso per comprendere meglio quale sia stato il percorso che lo ha portato a “Funziona”.

Ciao Kaso, ben tornato. In molti ti avranno posto domande riguardanti la tua assenza dalla scena e crediamo, non a caso, che la scelta di inserire la risposta in “Niente da dire” sia stata mirata ed efficace. Detto ciò, per te “Funziona” rappresenta una ripartenza da zero o semplicemente il proseguimento di ciò che avevi lasciato in stand by?

Ciao Rappusi. La scelta di aprire l’album con “Niente da dire” era appunto doverosa. Credo racconti, con sincerità, le scuse o giustificazioni che mi sono detto per non pubblicare nuova musica, anche se in questi anni ho lavorato comunque nel settore da dietro le quinte. Mi sono approcciato a questo album seguendo i consigli che di solito do ai giovani rapper al debutto, ovvero: “devi uscire tu”. Da qui la scelta di non inserire molti featuring o produzioni musicali esterne. Volevo uscisse totalmente la mia identità, una nuova presentazione senza dimenticarmi la mia storia.

Partiamo proprio da “Funziona” e ti chiediamo di spiegarci il concept che si cela dietro al titolo.

Non ho pensato al progetto come a un classico concept album, le canzoni non hanno un filo conduttore comune prestabilito. Però è vero che è nato prima il titolo (addirittura anni fa) di tutti i pezzi. Questo perché la parola “Funziona” fotografa bene l’attitudine attuale dei nostri comportamenti. Siamo ossessionati dal far funzionare tutto e, ormai, solo se le cose funzionano hanno senso. Questa cosa giustifica tutto. Anch’io sono immerso in questo pensiero, seppur affezionato a credere che le cose giuste abbiano senso a prescindere e che debbano essere per questo perseguite. Ovviamente nascono in me diversi conflitti. Tutto questo genera nella società moltissimi cortocircuiti, tanti ingranaggi non girano e la vita regala molte storie da raccontare, alcune terribili altre assurde e con risvolti ridicoli. La cosa mi incuriosisce.

Le sonorità che compongono il disco sono di un livello superiore, con suoni per lo più prodotti da musicisti che spaziano tra sonorità jazz, funk ma anche soul e gospel. Quanto è stata importante per te la cura di questo aspetto e quanto lo sarà la possibilità di proporlo accompagnato dagli strumenti musicali nei live?

Ti ringrazio, sono contento emerga la qualità della produzione. Io sono rapper e beatmaker, due anime spesso separate nel rap, ma come sempre è la musicalità dell’insieme, la cura dei dettagli e il desiderio di confrontarsi con altri musicisti da cui raccogliere consigli, che funziona. Il gusto per i
generi da te citati accomuna me ed il musicista Mauro Banfi, con cui ho composto, prodotto e suonato le tracce del disco e che ha seguito come produttore artistico con me anche le fasi di mix e mastering – affidate a due nomi noti dell’industria musicale, rispettivamente Emanuele Mocce
Mocchetti per 2 Moros Studios di Gallarate (Va) e Pietro Caramelli per Energy Mastering di Milano. Mauro è anche direttore musicale della band che mi accompagna dal vivo e questo garantisce una continuità rispetto a qualità di esecuzione e rispetto delle sonorità del disco.

Parlando dei testi, invece, si può riscontrare la scelta di un tipo di scrittura più conscious. Quanto pensi siano importanti nel 2020 i contenuti di un testo rap e quanto credi che gli stessi debbano essere portatori di messaggi positivi?

Credo che l’approccio ai miei testi sia rimasto lo stesso fin dai miei esordi del 1997 con il singolo “Ne vuoi ancora” (prodotto artisticamente da me ma esecutivamente da Vez e Vigor – ex Otierre – con Bassi Maestro). Probabilmente qui ho aggiunto degli aspetti intimi maggiori rispetto al passato. Mi è sempre piaciuto passare da un mood più serio a testi da intrattenimento, più che altro perché voglio sentirmi sempre libero quando mi approccio alla scrittura. Nel rap vincono comunque lo stile e il flow rispetto ai contenuti ma è ovvio che, se riesci a mischiare le due cose, hai vinto tutto. Non mi pongo la domanda su cosa si aspetti un ascoltatore dal mio rap ma penso che da un musicista adulto si vogliano ascoltare dei contenuti da adulto con capacità riflessive e critiche molto credibili rispetto alla propria storia. Lascio agli altri decidere se definire i miei messaggi positivi o meno. Anche chi non si espone è portatore di un messaggio. È la persona che con il suo comportamento (anche fuori dalla musica) e la sua attitudine generale a diventare un esempio positivo o addirittura un mentore per gli altri.

Tornando a “Niente da dire” ed estrapolando dal testo la frase “non mi piace la musica che suona solo nei social” ti chiediamo: in un periodo storico nel quale i social sembrano far emergere maggiormente personaggi spesso discutibili, preferendoli alla promozione di progetti artistici di spessore, dove pensi si possa collocare ”Funziona” all’interno della
scena rap italiana, tenendo conto di questo processo?

Pubblicare l’album in periodo covid, senza poter suonare, è una bella contraddizione rispetto al testo che hai citato… ehehehe. Non poter fare live è frustrante anche perché, per me, la musica è condivisione. Non mi preoccupo del confronto con gli altri, io ho scelto il mio percorso e seguo la
mia direzione convinto che la diversità del progetto possa essere la sua qualità. “Funziona” ha un sound che guarda al passato per intercettare storie del presente, spero in un modo personale e fresco. È nel concerto live con la band, cosa che ho potuto sperimentare in qualche serata pre- lockdown, che penso si possa alzare il livello, non solo a completare la resa di un album come questo ma penso proprio degli show rap dal vivo in Italia. È una sfida che voglio raccogliere.

Quali sono gli obbiettivi che ti sei posto con questo di disco e cosa possono aspettarsi i tuoi supporters in futuro da te?

Il primo obbiettivo è stato nei confronti di me stesso, dimostrare che fare musica non era solo un’idea ma qualcosa di concreto e, spero, sinceramente valido. Sono convinto che ogni pensiero e forma d’espressione esistano solo quando le comunichi a qualcuno. Se invece rimangono nella tua testa è pericoloso, se rimangono nell’HD uno spreco, per quanto un esercizio rispettabile. La musica hip hop ha poco più di 40 anni di storia, un po’ come me, ed è ormai un genere che si è storicizzato. Credo si stia guadagnando pari dignità di altri generi come rock, jazz e blues. Non è solo musica fatta da giovani per i giovani, e uno dei miei obiettivi è quello che si possa mantenere vivo un filo conduttore tra le generazioni del rap italiano. In fondo è quello che ho da sempre fatto nella mia città natale, Varese. Per i miei vecchi e nuovi supporter confido di stampare a settembre/ottobre un vinile con magari qualche traccia extra pronta da suonare live con la band.

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Federico

Steek nasce in un piccolo paesino della Sardegna negli ’80 per poi emigrare con la valigia di cartone e una sfilza di dischi hip-hop nella capitale. Durante la seconda metà degli anni ’90 viene folgorato dalla cultura hip hop in tutte le sue forme e discipline, dapprima conoscendo il rap Made in USA, arrivando poi ad appassionarsi al rap Made in Italy grazie ad artisti storici, quali: Assalti Frontali, Otr, Colle der fomento, Sangue Misto e molti altri. Fondatore della page “Il Rappuso” che lo porta a collaborare con tutta la scena rap underground italiana, mette la sua voce e la sua esperienza al servizio di LOWER GROUND con la trasmissione che prende il nome dalla sua creatura “IL RAPPUSO”.

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