Interviste

Met Fish, il produttore con la maschera fuori con il beat tape Universe2 – Intervista

Fuori oggi, distribuito da iMusician, Universe 2, il sequel album di Met Fish, ex Writer, Freestyler e Produttore di Roma della classe ’93.

Dopo numerose pubblicazioni indipendenti e dopo i due dischi ufficiali Primo Dan (2013) e Secondo Dan (2015), dei quali l’artista ha curato sia la scrittura che la produzione, Met Fish rilascia nel 2021 Universe 1 con l’intento di mettere in risalto l’universalità della musica e la sua capacità di essere un legante per i popoli nonostante la diversità culturale e linguistica.

In questa intervista scopriamo in più qualcosa su di lui e sul suo beat tape.

Da quello che ho capito, eri un writer. Come mai iniziato a scrivere Met Fish?

Si esatto, inizialmente ero un writer. Ho iniziato a dipingere perché vedevo nei graffiti una forma di espressione in cui potermi sentire libero di dare sfogo alla mia creatività senza dover sottostare a delle regole imposte. Il nome Met Fish è nato a seguito di un confronto con i miei soci di allora con cui dipingevo. Dopo aver disegnato alcuni bozzetti ci sembrava che Met avesse un lettering molto bello sia da realizzare che da vedere, Fish è stato ripreso dal killer Albert Fish. La nostra idea non era quella di esaltarne le gesta delittuose, ci mancherebbe, però leggendo la sua storia avevamo notato un parallelismo tra lui e noi. Egli attraverso i delitti faceva emergere il lato più oscuro, quello sadico e violento, nonostante apparisse come una persona docile, sorridente e disponibile con tutti. Anche noi apparivamo come dei ragazzi spensierati e sorridenti, però nell’intimo covavamo un certo malcontento dovuto al fatto di essere ascoltati ma non capiti ed essere sempre giudicati. Quindi avevamo bisogno di un modo per esprimere il nostro disagio. Grazie all’arte siamo riusciti nell’intento.

Di che anni stiamo parlando? E come si chiamava la tua crew? In che zona eravate? Mi racconti qualcosa di quel periodo?

Stiamo parlando del 2005, la crew all’inizio si chiamava solo MET, la zona in cui eravamo è Magliana Vecchia. Di quel periodo ricordo due cose, la prima era la semplicità, ci bastava taggare dei muri oppure stare insieme a disegnare i bozzetti per essere felici, l’altra cosa che ricordo con gioia è la voglia che avevamo di esprimerci e i pochi mezzi con cui farlo.

Come mai hai abbandonato i muri?

Ho deciso di abbandonare i muri per due motivi, il primo è che uno dei miei amici con cui dipingevo ha avuto delle grane giudiziarie. A seguito di una denuncia ha dovuto affrontare un processo, risarcire il comune e spendere tanti soldi per gli avvocati. Questo mi ha spaventato molto.

Il secondo è che la musica ha assorbito totalmente il mio tempo, appena potevo mi dedicavo al beatmaking, a rappare e fare digging per le produzioni. Ciò comportava ore ed ore di studio e ricerca, quindi trovandomi di fronte ad un bivio su cosa sacrificare, ho scelto di abbandonare il writing.

Se pensi a quando hai iniziato tu a oggi, come è cambiata Roma?

Roma è cambiata tantissimo, soprattutto nei luoghi di aggregazione, prima era molto facile beccarsi con altre persone e confrontarsi, anche se magari facevano tutt’altro genere. Ora è diventato veramente molto difficile ritrovarsi. Inoltre, prima i mezzi erano pochi e c’era molta più condivisione, ora noto che c’è tanto individualismo. Un altro aspetto che è cambiato è sicuramente quello di vedere la musica come un business, spesso in giro sento i quindicenni parlare di “k, grano e le views” e quello è il loro scopo. Quando ho iniziato il mio percorso volevo esprimermi e divertirmi, i soldi non mi interessavano. Un ulteriore aspetto che ho notato in chi inizia oggi è la fretta, tutti vogliono tutto e subito, dopo registrato un pezzo lo pubblicando subito, cercando i soldi, la fama e il riconoscimento della scena. La gavetta ha perso valore e molte cose oggi non sono più come prima. Manca il rispetto.

Siamo nel 2022, considerando la fugacità delle produzioni discografiche, perché pubblicare dischi di beats? C’è ancora un pubblico da questo punto di vista?

Bella domanda! L’avvento della trap ha dato il giusto merito alla figura del produttore, ora l’attenzione del pubblico è concentrata maggiormente su di esso, sul modo in cui lavora, i plug-in e i VST che utilizza, o l’estro che mette in ogni produzione. Pertanto, fare un disco completamente strumentale mi sembrava un modo per comunicare con quella fetta di pubblico interessata a saperne di più sul mondo del beatmaking ed in che modo è possibile trasmettere le proprie emozioni attraverso la creazione di musica puramente strumentale.

Hai in mente anche un disco dove torni a fare rap?

Si, sto finendo di scrivere un EP che spero di registrare e pubblicare il prima possibile, inoltre sto scrivendo e producendo tanti altri pezzi che mi piacerebbe rilasciare con cadenza periodica.

A discapito di molti non hai mai cambiato nome, nonostante tu sia passato dal writing alle produzioni.

Ho preferito non cambiare il nome per dare un continuum al mio percorso artistico, l’utilizzo di un nuovo nome, per me, avrebbe implicato un taglio netto col passato, con ciò che c’era prima della musica e questo non mi sembrava giusto. Inoltre, essendo un nostalgico, nel nome sono racchiuse le esperienze passate, le delusioni, le gioie, i viaggi e i sogni di un perenne adolescente, quindi perché cambiarlo?

Universe2 da poco uscito e Universe1. Cosa hanno in comune?

Entrambi hanno in comune il tema dell’universalità della musica, il fatto di poter mettere in connessione popoli di etnie, culture e lingue diverse abbattendo qualsiasi barriera geografica o politica. I due dischi rappresentano l’universalità della musica, ma anche la voglia di divertirmi facendo ciò che mi piace, indipendentemente dai guadagni, dal pubblico e dalla critica. Inoltre, quando produco o scrivo sento sempre la necessità di mettermi in gioco, anche per i due dischi ho fatto lo stesso.

Mi spieghi la copertina di Universe2?

Avevo in mente di rappresentare la musica come uno strumento per fuggire altrove e superare qualsiasi barriera spazio-temporale. Allora ho sottoposto questa mia idea a Simone Barbieri (il realizzatore della copertina) e dopo pochi giorni è riuscito a tradurre la mia idea in colori e immagini.

Non ti si vede mai il viso. Posso chiederti perché e come mai hai scelto la maschera per mostrarti?

Ho scelto di non mostrarmi perché sono contro la cultura dell’apparenza e dell’appariscenza, nella società odierna, nella musica in primis, conta come appariamo e non come siamo realmente. Vorrei che la gente andasse oltre il senso dell’ovvio e scavasse più a fondo per conoscere le persone. Da qui il mio rifiuto di mostrarmi. In più sono geloso della mia privacy, non comprendo chi oltre alla musica condivide tutta la propria vita sui social.

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