Interviste

“Addio, a domani.” Intervista a Don Diegoh

“Addio, a domani.” è il titolo del nuovo album di Don Diegoh per Macro Beats e distribuito da Artist First. 11 canzoni legate tra loro da un concept e da colori differenti in confronto a ciò a cui l’artista ci aveva abituato in passato. 

Iniziamo l’intervista con una curiosità sul titolo: “Addio, a domani.” é un addio o un arrivederci?

È più un “arrivederci” che un “addio”. Un “arrivederci” che suona come un appuntamento che ho preso con me stesso nel presente.

Da sempre ci hai abituati ad album che parlano tanto di te, in quest’ultimo se possibile in maniera ancor più intima e privata. Vivi il racconto come un bisogno fine a se stesso o come una cura?

Il racconto di cose intime e private è una condivisione, un momento che può essere potenzialmente utile anche agli altri. Dipende, poi, dalla tipologia di racconto. Non ho scritto questo disco, ad esempio, per piangermi addosso o per dire “Io sto male più di voi”. L’ho scritto per sperare e trasmettere la speranza che una soluzione (e una cura, come dici giustamente tu) ci siano sempre.

É un disco che guarda più al passato o al futuro?

È un disco che fissa dei momenti, li analizza, li usa come trampolino di lancio da cui partire per guardare al futuro.

Hai scelto di non avere Featuring rap. Puoi spiegarci questa scelta?

In primo luogo, sentivo l’esigenza di metterci “la faccia” al 100% data l’intimità dei brani. In secondo luogo, gli ultimi due anni mi hanno concesso poche occasioni per confrontarmi in studio con altri rapper e ho sempre preferito questa modalità per chiudere un brano assieme (non mi piace molto lavorare ‘da remoto’, a meno che non sia necessario o a meno che non conosca benissimo il rapper in questione).

Ti dico, però, questa cosa: con la giusta ‘congiuntura astrale’ avrei chiesto a 2 artisti che stimo moltissimo un featuring: Ghemon e MadBuddy.

É un disco che parla d’amore per l’altro o per se stessi?

Bella domanda. È un disco che parla, molto, d’amore a 360 gradi. Per me, per un’altra persona, interpretandolo come una chiave di lettura per aprire delle porte. Poi, è un disco che parla di come il sottoscritto abbia superato una delle “notti” più lunghe della sua vita.

I testi e i tuoi stati d’animo sembrano cuciti perfettamente sulle basi musicali, come sei riuscito a trovare questa sinergia con i produttori che hanno lavorato con te?

Tramite il dialogo, il lavoro face to face con Gheesa, tramite giornate intere in studio e giornate intere al telefono con Macro per realizzare/stimolare una colonna sonora tailor made.

Credi che scrivere un disco così personale rischi di renderlo di difficile lettura per chi lo ascolta o credi che proprio per questo molti ci si possano riconoscere?

Al momento, a qualche settimana di distanza dalla sua uscita, vedo che in molti si sono ‘risconosciuti’ e sarò sincero: me lo aspettavo. Chiaro è che alcune sfumature, alcuni passaggi nei brani, rimangono cose ‘mie’ che magari diventerebbero più chiare dopo una serie di ascolti. Io credo di amare un tipo di Rap che si ‘disvela’ completamente solo dopo una serie di ascolti e cerco dunque di fare esattamente questo tipo di Rap.

Se dovessi raccontare l’intero disco con una traccia: quale sceglieresti e perché?

“Spine”, perché scavandomi dentro in maniera così profonda ho pianto così tanto da buttare tutto fuori e vedere uno spiraglio di luce e una cura per tenerla accesa.

Il Don Diegoh di oggi é lo stesso che ha iniziato a scrivere l’album?

No, grazie all’album stesso ma anche a tutto ciò che ho vissuto durante la sua lavorazione: i momenti belli, i momenti meno belli, le persone che ho incontrato, quelle che mi hanno salutato per sempre, quelle che mi hanno aiutato e quelle che mi hanno voltato le spalle.

In ultimo ti chiediamo di raccontarci quale sarà il prossimo step, dopo un disco che secondo noi sa tanto di ripartenza

Celebrare i 15 anni di Macro Beats, che ricorrono in questo 2022. Un anno che, in generale, spero sia una ripartenza definitiva per il nostro settore.

Federico

Steek nasce in un piccolo paesino della Sardegna negli ’80 per poi emigrare con la valigia di cartone e una sfilza di dischi hip-hop nella capitale. Durante la seconda metà degli anni ’90 viene folgorato dalla cultura hip hop in tutte le sue forme e discipline, dapprima conoscendo il rap Made in USA, arrivando poi ad appassionarsi al rap Made in Italy grazie ad artisti storici, quali: Assalti Frontali, Otr, Colle der fomento, Sangue Misto e molti altri. Fondatore della page “Il Rappuso” che lo porta a collaborare con tutta la scena rap underground italiana, mette la sua voce e la sua esperienza al servizio di LOWER GROUND con la trasmissione che prende il nome dalla sua creatura “IL RAPPUSO”.

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